John Grisham.
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LA RESA DEI CONTI.
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Parte 2.
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Titolo originale: The Reckoning.
Traduzione di: Luca Fusari e Sara Prencipe.
2018 Mondadori Libri, Milano.
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Versione digitale realizzata da: Libero Giacomini, E-mail: libero.giacomini@gmail.com.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
Fondazione Ezio Galiano onlus
 http:\\www.galiano.it
ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Parte seconda. IL CAMPO D'OSSA.
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21.
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Il Peabody Hotel fu costruito nel centro di Memphis nel 1869
e divenne subito il ritrovo dell'alta societ. Fu progettato senza
badare a spese in un sofisticato stile rinascimentale italiano.
L'ampio atrio ospitava balconate svettanti e un'elaborata fontana
in cui sguazzavano anatre. L'albergo era senza ombra di
dubbio il pi spettacolare di Memphis, non aveva rivali nel raggio
di centinaia di chilometri. Si rivel immediatamente redditizio,
i ricchi della citt vi accorrevano per bere e cenare, partecipare
a balli, serate di gala, feste, concerti e incontri di lavoro.
Verso l'inizio del Novecento, mentre le piantagioni di cotone
delle regioni del Delta in Arkansas e in Mississippi si riprendevano
dopo un periodo di flessione, il Peabody divenne la destinazione
preferita dei grandi proprietari terrieri che cercavano
divertimento in citt. Nei week-end e durante le vacanze invadevano
l'albergo, organizzando feste sontuose e mescolandosi
allegramente con i loro amici ricchi di Memphis. Spesso venivano
anche le mogli per fare compere in centro. Altre volte gli
uomini andavano da soli per incontri d'affari e per trascorrere
romantici fine settimana con le amanti.
Si diceva che, se ti piazzavi nell'atrio del Peabody e ci stavi
abbastanza a lungo, potevi vedere tutti quelli che contavano
qualcosa nella zona del Delta.
Pete Banning non era di quelle parti, e non aveva nessuna
pretesa di esserlo. Veniva dalle colline del Mississippi nordorientale,
la sua famiglia possedeva dei terreni ed era considerata
importante, ma lui era tutt'altro che ricco. Nella scala sociale,
la gente della collina si piazzava molto pi in basso dei
latifondisti che stavano a un centinaio di chilometri di distanza.
La sua prima visita al Peabody fu in occasione dell'invito
di un amico di Memphis che aveva conosciuto quand'era un
cadetto. L'evento era una specie di ballo delle debuttanti, ma
la vera attrazione, almeno per Pete, era un week-end in citt.
Aveva ventidue anni e si era appena diplomato all'Accademia
militare di West Point. Stava trascorrendo qualche settimana
nella fattoria di famiglia vicino a Clanton in attesa di presentarsi
a Fort Riley, in Kansas. Si era gi stufato della campagna
ed era pronto per le luci della citt, anche se non era certo un
bifolco. Era gi stato molte volte a New York e sapeva cavarsela
in ogni contesto sociale. Non sarebbe stato qualche snob di
Memphis a intimidirlo.
Era il 1925, e l'albergo aveva appena riaperto dopo una ristrutturazione.
Pete lo conosceva di fama, ma non ci era mai
stato. Per quattro anni, a West Point, il suo amico gli aveva raccontato
delle straordinarie feste e delle belle ragazze. E non stava
esagerando.
La serata di gala era nella sala da ballo principale al primo
piano, gremita. Per l'occasione, Pete indossava il completo bianco
dell'esercito, immacolato dalla testa ai piedi, e mentre si faceva
largo tra la folla con il bicchiere in mano, si rese conto di
aver attirato gli sguardi di un bel po' di ragazze. Con la postura
perfetta, la faccia abbronzata e il sorriso aperto, passava di
conversazione in conversazione con grande naturalezza. Arriv
la cena e lui trov posto a un tavolo affollato di amici del
suo ospite. Bevvero champagne, mangiarono ostriche e parlarono
un po' di tutto, niente di serio, e di certo niente che avesse
a che fare con la vita militare. La Grande guerra era finita. Il
Paese era in pace, e sarebbe durata per sempre.
A un certo punto, Pete not una ragazza al tavolo vicino. Era
di fronte a lui, e ogni volta che le lanciava un'occhiata, la sorprendeva
a guardarlo. In una sala piena di ragazze stupende
era indubbiamente la pi bella, forse pi bella di qualsiasi altra
ragazza al mondo. Una o due volte gli parve impossibile staccarle
gli occhi di dosso. Alla fine della cena erano entrambi imbarazzati
da quelle occhiate reciproche.
Ben presto scopr che si chiamava Liza Sweeney. La raggiunse
al bar, si present e cominciarono a chiacchierare. Miss Sweeney
era di Memphis, aveva solo diciotto anni e quelle sciocchezze da
debuttante non l'avevano mai attirata. Voleva una sigaretta ma
non poteva fumare di fronte alla madre, che cercava di tenerla
d'occhio dall'altra parte della sala. Pete la segu fuori - sembrava
che conoscesse bene l'albergo -, fino a un patio vicino alla piscina.
Fumarono tre sigarette ciascuno e si scolarono due drink
a testa: Martini per lei, bourbon per lui.
Liza aveva appena finito la scuola superiore, tuttavia non aveva
ancora deciso che college frequentare. Era stanca di Memphis
e voleva qualcosa di pi grande, tipo Parigi o Roma, ma
era solo un sogno. Pete le chiese se pensava che i genitori le
avrebbero permesso di uscire con un uomo di quattro anni pi
vecchio di lei. Liza si strinse nelle spalle e rispose che negli ultimi
due anni era uscita con chi voleva, per erano tutti compagni
di scuola.
Mi stai chiedendo di uscire? gli domand con un sorrisetto.
S.
Quando?
Il prossimo week-end.
Va bene, soldatino.
Sei sere dopo si incontrarono al Peabody per mangiare e bere
insieme, a un'altra festa. L'indomani, un sabato, fecero una passeggiata
lungo il fiume, sottobraccio e sfiorandosi tutte le volte
che potevano, e arrivarono fino in centro. Quella sera lei lo
invit a cena a casa sua, dove gli present i genitori e la sorella
maggiore. Mr Sweeney faceva il contabile per una compagnia
di assicurazioni, ed era piuttosto ottuso. Sua moglie invece era
una bellissima donna e chiacchierava volentieri. Erano una strana
coppia, e Liza gli aveva gi detto molte volte che non vedeva
l'ora di andare via di casa. La sorella era iscritta al college
da qualche parte nel Missouri.
All'inizio del corteggiamento, Pete pensava che Liza fosse
una delle tante ragazze di Memphis che frequentavano il Peabody
nella speranza di trovare un marito ricco, perci mise subito
in chiaro che non era un latifondista benestante del Delta.
La sua famiglia possedeva dei terreni e coltivava il cotone, ma
niente a che vedere con le grandi piantagioni. Liza all'inizio si
dava arie da ragazza dell'alta societ, ma smise quando si rese
conto che Pete era un cittadino comune. Invitarlo a cena svel
la realt: la sua famiglia era piuttosto modesta. A Pete non importava
quanti soldi avessero. Era innamorato cotto e non se la
sarebbe lasciata scappare, ma scopr che l'impresa era pi facile
di quanto credesse. A Liza non importava quanto fosse grande
la fattoria: aveva trovato un soldato che adorava e che non
se ne sarebbe andato.
Il venerd successivo si incontrarono di nuovo al Peabody
per cenare insieme ad alcuni amici. Dopo cena se la svignarono
al bar per stare un po' soli. E dopo aver bevuto se la svignarono
nella camera di lui, al sesto piano. Pete era gi stato con
altre donne, ma solo con quelle che lavoravano nei bordelli di
New York. Era una tradizione di West Point. Liza era vergine
e pronta ad un cambiamento, e fece l'amore con un entusiasmo
che lasci Pete stordito. Verso mezzanotte, lui le fece notare che
forse era ora di tornare a casa. Lei rispose che non sarebbe andata
da nessuna parte, avrebbe passato la notte l e non le sarebbe
dispiaciuto restare a letto anche per tutto il giorno successivo.
Pete fu d'accordo.
Ma cosa dirai ai tuoi? le chiese.
Una bugia. Mi inventer qualcosa, non ti preoccupare. Sono
ingenui e non si aspetterebbero mai da me una cosa del genere.
Come vuoi. Adesso dormiamo un po'?
S, lo so che sei stanchissimo.
Il corteggiamento infuri per un mese, e i due innamorati si
dimenticarono del resto del mondo. Ogni week-end Pete affittava
una stanza al Peabody, dove passava tre notti, e spesso Liza
si fermava da lui. Le sue amiche cominciarono a spettegolare,
i suoi genitori ad avere dei sospetti. Dopotutto era il 1925, la
relazione tra una ragazza e il suo fidanzato era ancora regolata
da norme severe. Liza conosceva le regole, ma sapeva anche
quanto ci si poteva divertire infrangendone qualcuna. Si godeva
i Martini, le sigarette e soprattutto il sesso proibito.
Una domenica, Pete la port a Clanton a conoscere la sua
famiglia, a vedere la fattoria e a dare un'occhiata al posto dal
quale proveniva. Non aveva intenzione di passare il resto della
sua vita a coltivare cotone. Il suo futuro era nell'esercito, lui
e Liza avrebbero viaggiato per il mondo, o almeno cos credeva
a ventidue anni.
Fu assegnato a Fort Riley, in Kansas, dove si teneva il corso
per ufficiali. Fino a quel momento era stato impaziente di
ricevere i primi ordini, di cominciare la carriera, ma il pensiero
di lasciare Liza lo annichil. La riport in auto a Memphis
e le diede la notizia. Sapevano che quel momento sarebbe arrivato,
ma separarsi sembrava impossibile. Quando la salut,
erano entrambi in lacrime. Prese il treno per Fort Riley e una
settimana dopo ricevette una lettera di Liza. Andava dritto al
punto: era incinta.
Senza esitare, Pete escogit un piano. Dichiar di avere problemi
familiari urgenti e chiese di poter tornare a casa. Riusc
a farsi prestare l'auto dal suo ufficiale comandante. Guid per
tutta la notte ed arriv al Peabody per colazione. Chiam Liza e
la inform che potevano scappare insieme. Lei acconsent subito,
ma non era sicura di poter uscire di casa con una valigia
senza che sua madre se ne accorgesse. Pete la convinse a rinunciare
alla valigia: a Kansas City c'erano dei negozi.
Liza salut sua madre ed and al lavoro. Pete pass a prenderla
e lasciarono Memphis sfrecciando via veloci, allegri, felici e
innamorati. Trovarono una cabina telefonica a Tpelo e chiamarono
Mrs Sweeney. Liza fu dolce ma irremovibile. Mamma,
mi spiace coglierti di sorpresa, per io e Pete stiamo fuggendo.
Ho diciotto anni e posso fare quello che mi pare. Ti voglio
bene, stasera richiamo e parlo anche con pap. Quando riattacc,
sua madre stava piangendo. Liza era la ragazza pi felice
del mondo.
Dato che erano a Tpelo, una citt che Pete conosceva bene,
decisero di sposarsi. A Fort Riley gli appartamenti migliori erano
riservati agli ufficiali e alle loro famiglie, e un certificato di
matrimonio sarebbe stato una risorsa. Andarono al palazzo della
contea di Lee, compilarono un modulo, pagarono una tassa e
trovarono un giudice di pace che teneva pesciolini d'acqua dolce
nel retro del suo negozio di articoli da pesca. Con sua moglie
come testimone, e dopo aver intascato i consueti due dollari
di onorario, li dichiar marito e moglie.
Pete avrebbe chiamato i genitori pi avanti. L'arrivo del primo
figlio si avvicinava, perci era importante fissare il pi presto
possibile una data di matrimonio. Pete sapeva che a Clanton
sarebbero cominciati i pettegolezzi sul calendario appena
si fosse saputo che sua madre aveva avuto il primo nipotino.
Liza pensava che mancassero pi o meno otto mesi. Otto mesi
avrebbero destato qualche sospetto, ma non suscitato pettegolezzi.
Sette sarebbero stati pi problematici; sei avrebbero scatenato
uno scandalo.
Si sposarono il 14 giugno 1925.
Joel nacque il 4 gennaio 1926 in un ospedale militare tedesco.
Pete aveva chiesto il trasferimento all'estero per essere il pi
lontano possibile da Memphis e Clanton. Nessuno avrebbe mai
visto il certificato di nascita di Joel. Lui e Liza aspettarono sei
settimane prima di spedire i telegrammi per avvisare i nonni.
Dalla Germania, Pete fu ritrasferito a Fort Riley, dove si addestr
insieme al 26 reggimento di Cavalleria. Era un eccellente
fantino, ma cominciava a chiedersi se nella guerra moderna
andare a cavallo avesse ancora un senso. Il futuro erano i carri
armati e l'artiglieria mobile, ma lui amava la cavalleria e sarebbe
rimasto con il suo reggimento. Stella nacque a Fort Riley
nel 1927.
Il 20 giugno 1929 il padre di Pete, Jacob, mor d'infarto, o cos
sembrava, all'et di quarantanove anni. Liza, con i due bimbi
piccoli e malati, non riusc ad andare a Clanton per il funerale
di Mr Banning. Non tornava a casa da anni e preferiva restare
lontana.
Quattro mesi dopo la morte di Mr Banning, la Borsa croll e
il Paese sprofond nella Grande depressione. Gli ufficiali di carriera
si accorsero appena del collasso economico. Il loro lavoro,
la casa, l'assistenza sanitaria, l'istruzione ed i salari erano sicuri,
anche se lievemente condizionati dalla crisi. Pete e Liza erano
felici della carriera di lui e della famiglia che avevano creato, e
il loro futuro era l'esercito.
Nel 1929 croll anche il mercato del cotone, e per i coltivatori
fu un colpo durissimo, che li costrinse a chiedere prestiti per
pagare le spese ed i debiti, e per seminare il raccolto dell'anno
seguente. Dal giorno della morte improvvisa del marito, la madre
di Pete non stava bene, era incapace di gestire la fattoria. La
sorella maggiore di Pete, Florry, viveva a Memphis e non era
interessata all'agricoltura. Pete assunse un caposquadra per la
semina del 1930, ma la fattoria perse altro denaro. Chiese un
prestito e l'anno successivo assunse un caposquadra diverso,
per il mercato continuava a peggiorare. I debiti aumentavano
e i Banning rischiavano di perdere la terra.
Durante le vacanze di Natale del 1931, Pete e liza discussero
la cupa prospettiva di lasciare l'esercito e tornare nella contea di
Ford. Nessuno dei due voleva farlo, soprattutto Liza. Non riusciva
ad immaginarsi in una cittadina isolata come Clanton, e il pensiero
di stare nella stessa casa della madre di Pete le sembrava
intollerabile. Le due donne si erano frequentate poco, ma abbastanza
da rendersi conto che stavano bene separate. Mrs Banning
era una metodista devota che aveva una risposta a tutto, perch
la trovava sempre nelle Sacre Scritture. Sfruttando l'autorit della
parola divina, si sentiva legittimata a dire a tutti come dovevano
vivere. Non era chiassosa o sgradevole, semplicemente ipercritica.
Anche Pete preferiva evitarla. In realt aveva anche pensato
di vendere la fattoria, ma abbandon l'idea per tre motivi.
Primo, non era di sua propriet, l'aveva ereditata sua madre.
Secondo, a causa della Depressione il mercato era fermo. Terzo,
sua madre non avrebbe avuto un posto dove andare.
Pete amava l'esercito, soprattutto la cavalleria, e avrebbe voluto
restare in servizio fino alla pensione. Da ragazzo aveva
raccolto il cotone e passato molti mesi nei campi, e desiderava
una vita diversa. Sognava di vedere il mondo, magari combattere
in una o due guerre, ottenere qualche medaglia e rendere
felice sua moglie.
Perci chiese un altro prestito e assunse un terzo caposquadra.
I raccolti erano perfetti e il mercato di nuovo favorevole,
ma a inizio settembre arrivarono piogge che sembravano monsoni
e spazzarono via tutto. Il raccolto del 1932 non produsse
niente, e le banche cominciavano a rivolere i soldi. Sua madre
continuava a peggiorare e non era quasi pi autonoma.
Pete e Liza parlarono di trasferirsi a Memphis o magari a
Tpelo, ovunque purch non a Clanton. Una citt pi grande
avrebbe offerto pi opportunit, scuole migliori, una vita sociale
pi stimolante. Pete poteva lavorare alla fattoria e fare il
pendolare, no? La vigilia di Natale, mentre stavano preparando
la cena, arriv un telegramma. Era di Florry, e annunciava
notizie tragiche. La madre di Pete era morta il giorno prima,
forse di polmonite. Aveva solo cinquant'anni.
Invece di aprire i regali prepararono le valigie in tutta fretta
e fecero il lungo viaggio per Clanton. Mrs Banning fu seppellita
al Vecchio Platano, accanto al marito. Pete e Liza decisero di
non tornare mai pi a Fort Riley. Lui si dimise da ufficiale ma
rimase nella riserva.
C'erano avvisaglie di guerra. In Asia i giapponesi stavano
conquistando nuovi territori, e l'anno prima avevano invaso la
Cina. Hitler e i nazisti stavano costruendo fabbriche che producevano
carri armati, aeroplani, sottomarini, cannoni e tutto ci
di cui aveva bisogno un esercito per espandersi. Gli ex commilitoni
di Pete ne erano allarmati. Alcuni prevedevano una guerra
inevitabile.
Quando Pete restitu l'uniforme per tornare a casa e salvare
la fattoria, non riusc a nascondere il pessimismo. Aveva un
sacco di debiti e una famiglia da sfamare. La Depressione perdurava
e aveva messo il Paese in ginocchio. Gli Stati Uniti non
avevano armi a sufficienza, erano troppo vulnerabili e troppo
poveri per finanziare un esercito vero.
Ma, se fosse arrivata la guerra, lui non se la sarebbe persa.
...
22.

Dopo i due raccolti eccezionali del 1925 e del 1926, Jacob Banning
aveva deciso di costruire una bella casa. Quella in cui erano
cresciuti Pete e Florry risaliva a prima della Guerra civile, e
nel corso dei decenni era stata ampliata e modificata. Di sicuro
era pi bella di tante case della contea, ma Jacob, con le tasche
piene, volle lasciare il segno e costruire qualcosa che i suoi vicini
ammirassero a lungo, anche dopo la sua morte. Ingaggi
un architetto di Memphis e approv un edificio imponente a
due piani in stile revival coloniale, dominato da mattoni rossi,
tetti spioventi e un ampio portico sulla parte anteriore. Lo
fece costruire su una collinetta nei pressi della strada principale,
ma abbastanza lontano affinch chi passava lo potesse ammirare
senza dare noia.
Ora che Jacob era morto, e con lui sua moglie, quella dimora
spaziosa era il regno di Liza, che voleva riempirla di bambini.
Lei e Pete si dedicarono al progetto con grande entusiasmo,
ma i risultati furono deludenti. Liza ebbe un aborto spontaneo a
Fort Riley, poi un altro quando traslocarono nella fattoria. Dopo
qualche mese di pesanti sbalzi d'umore e tante lacrime, la moglie
torn pi vigorosa che mai, con grande gioia di Pete. Liza
aveva soltanto una sorella, come Pete, ed entrambi erano convinti
che le famiglie piccole fossero una noia. Sognava di avere
cinque figli, Pete ne voleva sei, tre maschi e tre femmine, e
per questo assolvevano ai loro doveri matrimoniali con focosa
determinazione.
Quando non era a letto con la moglie, Pete si dedicava con
determinazione a rimettere in sesto la fattoria. Stava nei campi
per ore a svolgere i lavori manuali e a dare l'esempio. Disbosc,
ripar un fienile e gli annessi, costru recinzioni, compr del bestiame;
di solito lavorava dall'alba al tramonto. Ai banchieri disse
senza mezzi termini che dovevano aspettare.
Nel 1933 il clima col labor e Pete, al la testa dei suoi braccianti,
fece un raccolto abbondante. Anche il mercato cooper, e per
la prima volta dopo anni la fattoria pot tirare il fiato. Pete rassicur
le banche saldando qualche debito, ma nascose anche un
po' di soldi dietro la casa. Il terreno dei Banning era composto
da due appezzamenti da 640 acri l'uno: pi se ne disboscava, pi
cotone ci si poteva coltivare. Per la prima volta in vita sua Pete
colse il potenziale a lungo termine di ci che aveva ereditato.
Lui possedeva met delle terre e l'altra era di Florry, che gliela
lasci gestire in cambio di met della rendita. Nel 1934 sua
sorella fece costruire la casetta rosa e lasci Memphis. Il suo arrivo
port un po' di vitalit. Liza le stava simpatica e diventarono
amiche, almeno all'inizio.
Non che la vita fosse noiosa, anzi. A Liza piaceva fare la mamma
a tempo pieno mentre cercava invano di allargare la famiglia.
Pete le insegn a cavalcare, costru una stalla e la riemp
di cavalli e pony. In poco tempo lei mise in sella anche Stella e
Joel, con i quali passeggiava per ore intorno alla fattoria e nelle
campagne dei dintorni. Pete le insegn a sparare, andavano
insieme a caccia di uccelli. Le insegn a pescare, e la domenica
pomeriggio la famigliola trascorreva ore sul fiume.
Chiss se Liza aveva nostalgia della citt; di sicuro se ne lamentava
di rado. A trent'anni era felicemente sposata con un
uomo che adorava e madre di due splendidi bambini. Abitava
in una bella casa circondata da campi che le davano solidit e
sicurezza. Per una festaiola com'era stata lei, per, la vita sociale
era una delusione. Non c'erano circoli ricreativi n hotel
chic, non c'erano locali da ballo n bar decenti. Anzi, bar non
ce n'erano proprio, perch la contea di Ford era astemia; come
in tutte e ottantadue le contee ed in ogni citt dello Stato, la vendita
di alcol era illegale. I pi viziosi erano costretti a dipendere
dai distillatori clandestini o dagli amici che tornavano da
Memphis con un carico di bottiglie.
A dettare il ritmo della vita sociale era la chiesa. Nel caso dei
Banning si trattava, ovviamente, della chiesa metodista, la seconda
a Clanton per dimensioni. Pete ci teneva che la frequentassero
assiduamente e Liza lo accontent. Era cresciuta tra timidi
episcopali, e a Clanton - devoti e non - non ce n'erano.
All'inizio l'ottusit degli insegnamenti metodisti la indisponeva,
ma presto cap che le sarebbe potuta andare peggio. La contea
pullulava di altre e pi stridenti variet del cristianesimo
- battisti, pentecostali, Chiese di Cristo -, fedeli intransigenti
e molto pi integralisti dei metodisti. Soltanto i presbiteriani
sembravano un briciolo meno accaniti. Se c'erano dei cattolici,
evitavano di farsi notare. L'ebreo pi vicino stava a Memphis.
Le persone venivano etichettate e spesso giudicate in base alla
confessione religiosa. Non rivendicarla equivaleva ad una condanna.
Liza si un alla chiesa metodista e ne divent un membro
attivo. Cos'altro c'era da fare a Clanton, in fondo?
Tuttavia, a dispetto del pedigree del marito, in quanto estranea
le ci volle del tempo per integrarsi: gli autoctoni non si fidavano
di te se il loro bisnonno non era stato amico del tuo.
Liza frequentava assiduamente la parrocchia e a poco a poco
le funzioni cominciarono a piacerle, in particolare la musica.
Alla fine le chiesero di entrare in un gruppo femminile di studio
della Bibbia che si riuniva una volta al mese. Poi le chiesero
di collaborare all'organizzazione di un matrimonio. Diede una
mano in occasione di un paio di funerali importanti. Un predicatore
itinerante giunse a Clanton per il Risveglio di primavera,
e Pete gli offr la stanza degli ospiti per una settimana intera.
Venne fuori che era piuttosto attraente, e le signore invidiavano
la vicinanza di Liza al carismatico giovane pastore. Pete tenne
d'occhio la situazione e fu contento quando il Risveglio fin.
Ma c'era sempre un Risveglio dietro l'angolo. I metodisti ne
celebravano due all'anno, i battisti tre, i pentecostali sembravano
vivere in una costante condizione di frenetico rinnovamento.
Almeno due volte all'anno un predicatore itinerante tirava
su un tendone dietro l'emporio dei mangimi, vicino alla piazza,
e passava le sere a tuonare dagli altoparlanti. Non era inusuale
che tra chiese ci si "andasse a trovare" quando arrivava
un predicatore famoso. Ogni confessione celebrava come minimo
per due ore la domenica mattina. Alcune tornavano in chiesa
anche la sera (le chiese bianche; quelle nere andavano avanti
per tutto il giorno). Gli incontri di preghiera del mercoled
sera erano comuni. Tra Risvegli, funzioni religiose delle feste
comandate, catechismo estivo, funerali, matrimoni, anniversari
e battesimi, a volte Liza si sentiva esausta.
Insisteva perch di tanto in tanto facessero una gita fuori porta.
Se Florry accettava di tenere i bambini, lei e Pete si concedevano
un week-end lungo di festa al Peabody. A volte Florry
si univa a loro con Joel e Stella, e tutta la famiglia andava a godersi
la grande citt, specialmente le luci. In due occasioni, e
per volere di Florry, andarono in treno a New Orleans per una
settimana di vacanza.
Nel 1936 la rete elettrica del Sud era molto mal distribuita,
presente nel novanta per cento delle aree urbane e nel dieci per cento
dei piccoli centri e dei paesi di campagna. Arriv a Clanton
nel 1937, ma non nel resto della contea. Quando giravano per i
negozi di Memphis e Tpelo, Liza e le altre signore delle fattorie
rimanevano ipnotizzate davanti agli apparecchi elettrici di ogni
foggia che stavano inondando il mercato - radio, fonografi, forni,
frigoriferi, tostapane, frullatori, persino aspirapolvere - e che per
loro erano intoccabili. La gente di campagna sognava l'elettricit.
Liza avrebbe voluto passare tutto il tempo possibile a Memphis
e Tpelo, ma Pete si opponeva. Ormai era un agricoltore,
e in quanto tale di anno in anno diventava sempre pi taccagno.
Cos lei si adatt a quella vita tranquilla e si tenne le lamentele
per s.
Nineva e Amos li avevano ereditati con la casa e la fattoria.
Erano figli di schiavi che avevano lavorato la stessa terra che
ora coltivava Pete. Nineva raccontava di essere "sulla sessantina",
per non c'erano documenti che ne confermassero la data
di nascita. Ad Amos non importava nulla della sua et, ma per
punzecchiarla diceva spesso di essere nato dopo di lei. Il loro
figlio maggiore possedeva un certificato di nascita e poteva dimostrare
di avere quarantotto anni. Era improbabile che Nineva
lo avesse partorito a dodici, e secondo Amos all'epoca ne aveva
almeno venti. I Banning sapevano che Nineva era in realt
"sulla settantina", ma non era un argomento di discussione. Lei
e Amos avevano altri tre figli e un campo pieno di nipoti, ma
entro il 1935 la maggior parte era emigrata al Nord.
Nineva lavorava da sempre in casa Banning come unica domestica:
cuoca, lavapiatti, cameriera, lavandaia, tata, levatrice.
Aveva aiutato il dottore a far nascere Florry nel 1898 e il fratello
minore Pete nel 1903, e praticamente li aveva cresciuti entrambi.
Per la madre di Pete era un'amica, una psicologa, una
confidente ed una consigliera.
Per la moglie di Pete, per, era pi una rivale. Gli unici bianchi
di cui Nineva si fidasse erano i Banning, e Liza non era una
Banning. Era una Sweeney, una ragazza di citt che non sapeva
niente delle usanze dei bianchi e dei neri di campagna.
Nineva aveva appena detto addio alla sua pi cara amica e non
era ancora pronta ad accogliere una nuova padrona.
All'inizio la bella e giovane moglie dalla spiccata personalit
la irrit non poco. Era affettuosa e gentile, e sembrava davvero
intenzionata ad integrarsi, ma in lei Nineva vedeva soltanto pi
lavoro da fare. Aveva passato gli ultimi quattro anni ad accudire
Miz Banning, che non avanzava grosse pretese, ed era diventata
- questo in cuor suo lo ammetteva - un po' pigra. A chi
importava se la casa non era immacolata? Negli anni del declino,
Miz Banning non si accorgeva pressoch di nulla. Di colpo,
con quella donna nuova, le routine letargiche di Nineva stavano
per cambiare. Si cap da subito che alla moglie di Pete piacevano
i vestiti, che ovviamente andavano lavati, talvolta inamidati
e sempre stirati. E Joel e Stella, per quanto li adorasse,
avevano bisogno di cibo e di abiti, asciugamani e lenzuola puliti.
Anzich provvedere all'appetito da uccellino di Miz Banning,
Nineva si ritrov a dover cucinare tre pasti al giorno per
una famiglia intera.
All'inizio la presenza assidua in casa sua di un'altra donna,
per giunta forte ed inserita, metteva a disagio Liza. Lei alle domestiche
ed ai servitori non era abituata. Sua madre era sempre
riuscita a badare alla casa da sola, con l'aiuto del marito e delle
due figlie. Tuttavia bastarono pochi giorni per capire che da
s non ce l'avrebbe mai fatta ad occuparsi di un'abitazione cos
grande. Senza scatenare una lotta per il territorio e senza ferire
la sensibilit di Nineva, Liza la toller.
Entrambe erano abbastanza intelligenti da sapere che nessuna
delle due avrebbe ceduto. Non avevano altra scelta che andare
d'accordo, almeno in apparenza. La casa era grande a sufficienza
da concedere a ciascuna il suo spazio. Le prime settimane furono
tese, ma con il passare del tempo il nervosismo diminu.
Pete non contribu a placarlo. Era nei campi, felice e spensierato.
Che ci pensassero le donne a risolvere le cose.
Amos, invece, si innamor subito di Liza. Ogni anno in primavera
seminava un grosso orto che sfamava i Banning e molti
loro dipendenti, e Liza ne fu attratta. In citt non aveva mai
coltivato niente, a parte qualche margherita in un'aiuola. L'orto
di Amos era mezzo acro di file perfette di zucche, mais, insalata,
fagioli, carote, patate dolci, peperoncini, melanzane, cetrioli,
gombo, fragole, cipolle ed almeno quattro variet di pomodori.
Accanto all'orto sorgeva un piccolo frutteto di meli, peri,
peschi e prugni. Amos badava anche ai polli, ai maiali e alle
mucche da latte. Per fortuna, dell'allevamento del bestiame si
occupava qualcun altro.
La sua nuova assistente era pi che gradita. Ogni mattina
dopo colazione Liza andava ad innaffiare le piante, a strappare
le erbacce, a mandare via gli insetti, a raccogliere la verdura
matura, canticchiando allegra o facendo un sacco di domande
sul giardinaggio. Indossava un cappello di paglia a falda larga
per proteggersi dal sole, pantaloni arrotolati al ginocchio e
guanti fino al gomito. La terra e il fango non la disturbavano,
ma riusciva a tenerli lontani dai vestiti. Amos non aveva mai
visto una donna pi bella di lei e si prese una vera cotta, ma
continu a fingersi irritato dalle sue intrusioni quotidiane. Liza
voleva imparare tutto sulla cura dell'orto, e quando fin le domande
passarono alla stalla delle mucche, dove Amos le insegn
a mungere ed a fare il burro e il formaggio.
Spesso li aiutava Jupe, il nipote adolescente di Amos e Nineva.
Il suo vero nome era Jupiter, ma se l'era abbreviato perch
non lo sopportava. Sua madre se n'era andata a Chicago
per sempre, ma Jupe preferiva la vita in fattoria e abitava con
i nonni. Era un quindicenne ben piantato e muscoloso, affascinato
da Liza ma terribilmente timido in sua presenza.
Sulle prime Amos sospett che l'entusiasmo della padrona
fosse alimentato dal desiderio di uscire di casa e stare lontana
da Nineva, e in parte aveva ragione. Ma, con sorpresa di entrambi,
tra loro nacque un'amicizia. Liza si faceva raccontare
della sua famiglia e delle sue origini, dei suoi genitori e nonni
e della loro vita dura in fattoria. Il padre di lei veniva dal
Nord, la madre era cresciuta a Memphis: Liza non aveva mai
frequentato neri e si dimostrava sensibile alla loro situazione.
Misurando le parole, e nel modo pi conciso, Amos le spieg
che lui, Nineva e i loro figli erano tra i pi fortunati. Avevano
una bella casetta, costruita per loro dal padre di Pete quando
aveva smantellato la vecchia residenza di famiglia. Avevano di
che mangiare e vestirsi. Nelle terre dei Banning nessuno pativa
la fame, ma i braccianti erano poverissimi e stavano in baracche
al limite dell'invivibilit. I bambini, e ce n'erano tanti,
andavano sempre in giro a piedi nudi.
Liza percepiva la cautela di Amos: non poteva farsi accusare
di aver criticato il capo. E badava sempre a precisare subito
che nei dintorni c'erano parecchi bianchi poveri che vivevano
in condizioni altrettanto disperate.
Sola e a cavallo, Liza perlustr le terre dei Banning, che erano
coltivate per circa due terzi. Il resto era coperto da una fitta
boscaglia. Scov minuscole baraccopoli nascoste tra gli alberi,
tagliate fuori dal mondo. I bambini che ci razzolavano davanti
erano sporchi e spauriti, e non le volevano parlare. Le madri
annuivano e sorridevano mentre li riportavano dentro. In
una specie di villaggio trov un negozio e una chiesa con dietro
un cimitero. Sulle strade polverose si affacciavano grappoli
di altre baracche.
La povert e le condizioni di vita dei neri la sconvolsero, e
Liza giur che prima o poi avrebbe trovato il modo di migliorarle.
All'inizio, per, non ne parl con nessuno. Non disse a
Pete delle sue escursioni nel bosco, ma presto lui venne a saperlo.
Un bracciante gli disse di aver avvistato una bianca a
cavallo. Liza rispose che ovviamente era lei, che problema c'era?
Nessuno le aveva detto che certi posti erano vietati, o no?
No, non c'erano posti vietati. Non c'era niente da nascondere.
Che cosa cercavi?
Andavo a cavallo. Quanti neri abitano nelle nostre terre?
Pete non lo sapeva, perch le famiglie crescevano di continuo.
Un centinaio, ma non tutti lavoravano per loro. Qualcuno
se n'era andato, qualcuno era tornato. Certi uomini avevano
pi di una famiglia. Perch ti interessa?
Per curiosit. Liza sapeva che il progetto avrebbe richiesto
anni, non era il momento di fare chiasso. Pete era ancora in debito
con le banche. Il Paese non era ancora uscito dalla Depressione.
Soldi da parte ne avevano pochi. Dovevano fare economia
persino sulle gite a Memphis.
Alla fine di marzo del 1938, mentre Liza approfittava di una
calda giornata di sole per piantare insieme ad Amos piselli e
fagioli, cominci a girarle la testa. Si raddrizz per riprendere
fiato, ma svenne. Amos la sollev e corse sotto il portico del retro
da Nineva, che era l'infermiera, la dottoressa e la levatrice
di casa; tampon la faccia a Liza con un panno umido e le fece
riprendere coscienza. Dopo qualche minuto, tornata in s, lei
disse: Credo di essere incinta.
"Chi l'avrebbe detto" pens sarcastica Nineva. Quel pomeriggio
Pete accompagn Liza a Clanton dal dottore, che conferm:
era al secondo mese di gravidanza. Riteneva che Joel e
Stella fossero troppo piccoli per una tale notizia, e in casa nessuno
disse niente. In privato Pete e Liza ne furono entusiasti.
Dopo due aborti e tanti sforzi, finalmente ci erano riusciti. Pete
le disse chiaro e tondo di lasciare il giardinaggio ad Amos e di
stare tranquilla per un po'.
Un mese dopo, Liza ebbe un altro aborto spontaneo. Fu una
tragedia, uno strazio che la gett in una cupa depressione. Chiuse
le tende e per un mese non usc quasi mai dalla sua stanza.
Come sempre, Nineva si fece avanti e le dedic tutte le attenzioni
che poteva. Anche Pete pass tutto il tempo possibile con
lei, ma niente sembrava tirarla su di morale, nemmeno Joel e
Stella. Alla fine la port da uno specialista di Memphis. Si fermarono
due notti a casa dei genitori di lei, ma nemmeno quello
serv a risollevarla. Una mattina presto, davanti al caff, Pete
rivel a Nineva che era tremendamente preoccupato. Era scioccante
vedere una persona vivace come Liza sprofondata in uno
stato cos morboso.
Nineva aveva una certa esperienza con le bianche depresse.
Nei suoi ultimi quattro anni di vita Miz Banning non aveva
mai sorriso, e Nineva le aveva tenuto la mano ogni giorno.
Pass sempre pi tempo con Liza per cercare di distrarla. All'inizio
non diceva quasi nulla e piangeva tanto. E cos Nineva
parlava senza sosta, e raccontava le storie di sua madre e sua
nonna, e della vita da schiavi. Le portava t e biscotti al cioccolato,
e lentamente cominci ad aprire le tende. Giorno dopo
giorno, una chiacchierata dopo l'altra, Liza inizi a capire che
la sua esistenza non era affatto cos dura. Era una privilegiata,
una fortunata. Aveva trent'anni, era in salute, con tutta la vita
davanti. Era gi madre, e anche se non avesse pi avuto figli le
sarebbe rimasta sempre una bella famiglia.
Una mattina, nove settimane dopo l'aborto, Liza si svegli,
aspett che Pete fosse fuori casa, indoss i pantaloni, trov i
guanti e il cappello di paglia, e annunci a Nineva che nell'orto
c'era bisogno di lei. Nineva la segu e bisbigli qualcosa ad
Amos. Lui tenne d'occhio Liza, e quando cominci a sudare
sotto il sole a picco insistette per fare una pausa. Arriv Nineva
con il t freddo al limone e si sedettero all'ombra di un albero
a ridere e scherzare.
In breve tempo Liza e Pete tornarono alle vecchie abitudini e,
bench si divertissero un sacco, passarono due anni senza gravidanze.
Nel novembre del 1940, a trentatr anni, Liza era ormai
fermamente convinta di essere diventata sterile.
...
23.

Alla fine dell'estate del 1941 il cotone prometteva benissimo. I
semi erano stati messi a dimora a met aprile. Il 4 luglio gli steli
arrivavano a un metro da terra, a inizio settembre un metro e
mezzo. Il clima cooperava bene, con giorni caldi, notti fresche
e piogge intense a settimane alterne. Dopo un lungo inverno
passato a disboscare, Pete era riuscito ad aggiungere ottanta
acri alle coltivazioni. Aveva estinto tutti i debiti con le banche
e giurato a se stesso che non avrebbe ipotecato mai pi la terra.
Da coltivatore, per, sapeva quanto poteva essere vana una
promessa del genere. C'erano troppi dettagli che sfuggivano
al suo controllo.
A controbilanciare le prospettive incoraggianti dei campi,
per, c'era la situazione mondiale. Nel 1939 Hitler aveva invaso
la Polonia e scatenato la guerra in Europa. Un anno dopo aveva
cominciato a bombardare Londra, e nel giugno del 1941 aveva
aggredito la Russia con il pi grande esercito invasore della
storia. In Asia, il Giappone e la Cina combattevano da dieci
anni, e spinti dai loro successi i giapponesi avevano cominciato
a invadere le colonie britanniche, francesi e olandesi del Pacifico
meridionale. La loro corsa al dominio assoluto dell'Estremo
Oriente sembrava inarrestabile. Nell'agosto del 1941 l'ottanta
per cento delle scorte di petrolio del Giappone arrivava dagli
Stati Uniti. Quando il presidente Roosevelt annunci l'embargo
totale, mise a rischio la forza economica e militare nipponica.
La guerra sembrava imminente su entrambi i fronti, e nel dibattito
pubblico ci si chiedeva pi che altro per quanto tempo
gli Stati Uniti sarebbero rimasti a guardare. Molti amici di Pete
erano ancora attivi nell'esercito, e nessuno di loro credeva che
il Paese potesse restare neutrale.
Otto anni prima, Pete si era lasciato alle spalle la vita militare
con rammarico. A quel punto, per, non aveva alcun timore
circa il suo futuro. Si era abituato alla vita da agricoltore. Adorava
la moglie ed i figli e aveva trovato la felicit nel ciclo delle
stagioni, nel ritmo delle semine e dei raccolti. Andava nei campi
tutti i giorni, spesso a cavallo e spesso in compagnia di Liza, a
controllare le piante ed a domandarsi se e come ampliare le coltivazioni.
Joel ormai aveva quindici anni, e quando non era a
scuola o a lavorare in fattoria accompagnava Pete nei boschi a
caccia di cervi e tacchini selvatici. Stella aveva tredici anni e un
curriculum scolastico invidiabile. La famiglia cenava ogni sera
alle sette in punto, e parlava di tutto. Le conversazioni riguardavano
sempre pi spesso la guerra.
In quanto riservista, Pete era sicuro che presto l'avrebbero richiamato,
e l'idea di allontanarsi da casa lo faceva soffrire. Dei
vecchi sogni di gloria militare non sapeva cosa farsene. Ormai
era un contadino, troppo vecchio per fare il soldato, o almeno
cos pensava. Sapeva per che l'esercito non si sarebbe fatto
scrupoli di et. Riceveva quasi una lettera alla settimana da
ex compagni di accademia che erano stati richiamati. Si ripromettevano
di restare in contatto.
L'ordine gli giunse il 15 settembre 1941. Doveva presentarsi
a Fort Riley, alla caserma del 26 Cavalleria, il suo vecchio reggimento
che era gi nelle Filippine. Chiese un rinvio di trenta
giorni per seguire il raccolto autunnale, ma glielo negarono.
Il 3 ottobre Liza invit un gruppetto di amici a casa per salutarlo.
Nonostante gli sforzi di Pete per placare le paure, non fu
un momento felice. Ci furono sorrisi, abbracci, auguri di buona
fortuna e via dicendo, ma la paura e la tensione erano palpabili.
Pete ringrazi tutti per il pensiero e le preghiere, e ricord
loro che schiere di giovani di tutto il Paese stavano tornando
in servizio. Il mondo era sull'orlo di un altro grande conflitto,
e in tempi difficili c'era bisogno di sacrificarsi.
C'erano anche il nuovo pastore, Dexter Bell, e sua moglie
Jackie. Si erano stabiliti in citt un mese prima ed erano stati
ben accolti. Dexter era giovane ed entusiasta, sul pulpito svettava.
Jackie aveva una splendida voce ed aveva regalato alla chiesa
due assolo. I loro tre figli erano gentili ed educati.
Salutati gli ospiti, i Banning, Florry compresa, si trattennero
in salotto a tentare di posticipare l'inevitabile. Stella si stringeva
al padre e ricacciava indietro le lacrime. Joel, come Pete, cercava
di apparire stoico, come se fosse tutto a posto. Aggiungeva
legna al fuoco che li scaldava e illuminava, mogi e spaventati
dalle incertezze che li attendevano. Quando il fuoco si spense
andarono a letto. L'indomani sarebbe stato sabato, i ragazzi
potevano dormire pi del solito.
Qualche ora dopo, all'alba, Pete butt la sacca nel baule
dell'auto e salut Liza con un bacio. Part insieme a Jupe, che
aveva ormai vent'anni ed era diventato un bel ragazzo. Pete lo
conosceva da sempre e da tempo lo considerava uno dei suoi
preferiti. Gli aveva insegnato a guidare, gli aveva fatto prendere
la patente e l'assicurazione e, come Liza e Nineva, gli affidava
le commissioni in citt. Jupe aveva persino il permesso
di guidare il pick-up di Pete per andare a Tpelo a comprare
mangimi e attrezzi.
Pete partiva da Memphis. Parcheggi alla stazione, disse a
Jupe di occuparsi della fattoria e lo guard andarsene. Due ore
dopo sal sul treno che lo avrebbe portato a Fort Riley. Era pieno
di militari che raggiungevano le loro basi in tutto il Paese.
Rientr nell'esercito con lo stesso grado di quando ne era
uscito, tenente. Lo riassegnarono al suo vecchio reggimento, il
26 Cavalleria, e dopo un mese di addestramento, con una certa
fretta, il 10 novembre lo fecero partire. Era sul ponte della
nave mentre passava sotto il Golden Gate Bridge, e si domand
quando sarebbe tornato a casa. A bordo scrisse due o tre lettere
al giorno a Liza e ai ragazzi, e le sped dal porto. La nave
del trasporto truppe si ferm a Pearl Harbor a fare rifornimento,
e dopo una settimana approd nelle Filippine.
Non sarebbe potuto arrivare in un momento peggiore. Non
avrebbe potuto avere una destinazione pi disgraziata.
...
24.

L'arcipelago delle Filippine  formato da settemila isole distribuite
su un tratto del Mar Cinese meridionale. La conformazione
del terreno e del paesaggio cambia drasticamente da isola ad
isola. Ci sono montagne alte tremila metri, foreste fitte, giungle
impenetrabili, pianure costiere, spiagge e chilometri di costa
rocciosa. Molte delle isole pi grandi sono attraversate da
fiumi impetuosi non navigabili. Nel 1940 le Filippine erano un
Paese ricchissimo di risorse minerarie ed alimentari, e perci fondamentale
nella campagna bellica giapponese. Gli strateghi militari
americani erano certi che sarebbero state tra i primi bersagli,
e che fossero pressoch impossibili da difendere. Erano
geograficamente troppo vicine al Giappone, un nemico ambizioso
il cui esercito imperiale stava invadendo selvaggiamente
tutta la regione.
La difesa delle Filippine era nelle mani del generale dell'esercito
americano Douglas MacArthur. Nel luglio del 1941 il presidente
Roosevelt lo aveva convinto a tornare in servizio dalla
pensione e nominato comandante delle forze americane nel
Sudest asiatico. MacArthur stabil il suo quartier generale a Manila
e si dedic all'impresa formidabile di difendere le Filippine.
Ci aveva vissuto per anni e le conosceva bene, ma sapeva
anche quanto fosse critica la situazione. Pi volte aveva avvertito
Washington circa la minaccia giapponese, ma i suoi moniti
erano caduti nel vuoto. La sfida di mettere un intero esercito
sul piede di guerra laggi sembrava impossibile, e c'era poco
tempo a disposizione.
Preso il comando cominci immediatamente a chiedere pi
soldati, armi, aerei, navi, sottomarini e scorte. Washington gli
promise tutto ma mantenne poco. Nel dicembre del 1941, mentre
i rapporti con il Giappone si deterioravano, l'esercito degli
Stati Uniti nelle Filippine contava 22500 uomini, met dei quali
erano i ben addestrati scout filippini, un reparto scelto formato
da filippino-americani e qualche autoctono. Oltre a ottenere
8500 nuovi soldati, MacArthur mobilit l'esercito regolare filippino,
inesperto, male equipaggiato e poco organizzato, che sulla
carta contava dodici divisioni di fanteria. Considerando chiunque
avesse anche solo una parvenza di divisa, MacArthur comandava
circa 100000 uomini, la maggior parte dei quali non
era addestrata e non aveva mai sentito sparare un colpo ostile.
L'esercito filippino era in condizioni penose. Il grosso delle
sue forze era armato di fucili, pistole e mitragliatori della Prima
guerra mondiale. L'artiglieria era obsoleta e inefficace. Gran
parte delle munizioni si rivel difettosa. Le strutture di addestramento
per i tanti ufficiali e soldati inesperti scarseggiavano.
Gli elmetti d'acciaio erano cos pochi che ci si doveva arrangiare
fabbricandoseli con le noci di cocco.
L'aeronautica di MacArthur contava diverse centinaia di apparecchi,
quasi tutti scarti che nessuno voleva pi. Chiese pi
volte altri aerei, navi, sottomarini, uomini, munizioni e scorte,
ma non esistevano od erano gi stati assegnati altrove.
Pete arriv a Manila il giorno del Ringraziamento e un furgone
di rifornimenti lo accompagn a Fort Stotsenburg, un centinaio
di chilometri a nord della capitale, dove si un alla Truppa
C del 26 Cavalleria. Dopo che si fu presentato al comando
gli assegnarono una brandina in caserma e lo portarono nelle
stalle a scegliere un cavallo.
All'epoca, il 26 contava 787 uomini, quasi tutti scout filippini,
e 55 ufficiali americani. Era l'ultima unit militare a cavallo
ancora attiva in tutto l'esercito regolare degli Stati Uniti,
formata da uomini ben equipaggiati e addestratissimi, e celebre
per la sua disciplina. Pete pass i primi giorni in sella al suo
nuovo compagno, un sauro purosangue di nome Clyde. Per tenersi
in forma, i soldati del 26 giocavano spesso a polo. All'inizio
Pete era un po' arrugginito, ma si sciolse in fretta e si godeva
le partite. La tensione per cresceva di giorno in giorno e
il reggimento, come il resto dei soldati sull'isola, ne sentiva il
peso. Era solo questione di tempo prima che i giapponesi passassero
all'azione.
Nelle prime ore dell'8 dicembre i marconisti americani delle
Filippine ricevettero le prime segnalazioni dell'attacco a Pearl
Harbor. Fine dei giochi: la guerra era iniziata. Tutte le unit e
le installazioni americane ricevettero l'ordine di tenersi pronte.
Secondo il piano d'azione per la difesa delle Filippine, il generale
Lewis Brereton che comandava l'aeronautica mise tutta la
sua flotta in allerta. Alle cinque del mattino raggiunse il quartier
generale di MacArthur per chiedere il permesso di bombardare
con i B-17 i campi d'aviazione giapponesi a Formosa, che distava
poco pi di trecento chilometri. Il capo di stato maggiore neg
un incontro, dicendo di essere impegnato. Il piano d'azione era
chiarissimo, ben collaudato, e imponeva immediatamente l'attacco,
ma l'ordine di agire doveva arrivare da MacArthur, che
tuttavia non fece nulla. Alle 7.15 Brereton torn in preda al panico
al quartier generale e chiese di nuovo udienza al suo superiore.
Fu di nuovo respinto, e gli fu detto di attendere ordini.
Intanto spuntavano i primi aerei di ricognizione giapponesi e il
quartier generale era inondato di segnalazioni di presenze nemiche
in cielo. Alle dieci Brereton, fuori di s dalla rabbia, pretese
di vedere MacArthur. Di nuovo il colloquio gli fu negato,
ma ricevette l'ordine di preparare l'attacco. Un'ora dopo fece
decollare i suoi bombardieri, per allontanarli dalle piste e difenderli
da un attacco giapponese. Cominciarono a girare intorno
alle isole, senza bombe.
Quando infine MacArthur ordin l'attacco, i bombardieri americani
erano gi in volo, con poco carburante. Atterrarono immediatamente
insieme agli squadroni dei caccia. Alle 11.30 tutti
i velivoli di Brereton si stavano armando e rifornendo. Mentre
gli equipaggi di terra lavoravano freneticamente arriv la prima
ondata di bombardieri giapponesi, in formazioni perfette.
Alle 11.35 attraversarono il Mar Cinese meridionale ed avvistarono
il campo d'aviazione Clark. I piloti furono sbalorditi alla vista
di sessanta bombardieri e caccia parcheggiati in bell'ordine
sulle piste, sotto di loro. Alle 11.45 cominci il bombardamento
senza piet del Clark, e in pochi minuti le forze dell'aeronautica
statunitense furono pressoch annientate. E fu soltanto uno
dei molti attacchi simultanei alle altre basi. Per motivi che sarebbero
rimasti per sempre oscuri, gli americani si erano fatti
prendere alla sprovvista. Il danno fu incalcolabile. Senza forze
aeree a proteggere e rifornire le truppe, e in assenza di rinforzi,
la Battaglia delle Filippine fu decisa a poche ore dall'inizio.
I giapponesi contavano di conquistare le Filippine in trenta
giorni. Il 22 dicembre, quarantatremila soldati scelti sbarcarono
in diversi punti delle isole e travolsero le forze nemiche rimaste.
Nei primi giorni di invasione la loro spavalderia sembrava
giustificata. Tuttavia, grazie alla testardaggine pura e semplice
ed a un coraggio fuori dal comune, americani e filippini tennero
duro, senza speranza di soccorsi o rinforzi, per quattro mesi.
Poco dopo l'invasione del 22 dicembre, la Truppa C fu dislocata
a nord, sulla penisola di Luzon, dove eseguiva ricognizioni
per la fanteria e l'artiglieria e fu coinvolta in diverse schermaglie
di retroguardia. Il capo del plotone di Pete era il tenente
Edwin Ramsey, un appassionato di cavalli che si era arruolato
volontario nel 26 perch il reggimento "aveva un circolo del
polo eccellente". Il tenente Banning era il suo vice.
Passavano le giornate in sella, cavalcando veloci nella penisola
per tenere d'occhio i movimenti del nemico e stimarne la
forza. Fu chiaro da subito che i giapponesi erano enormemente
superiori per numero, addestramento e armamenti. A occupare
le isole avevano mandato le loro divisioni di prima linea, veterani
con quasi dieci anni di combattimenti alle spalle. Oltretutto,
preso il controllo dei cieli, i giapponesi erano liberi di bombardare
e mitragliare a piacimento. Per gli americani a terra il
rumore pi tremendo era l'urlo dei motori dei caccia Zero che
sbucavano dagli alberi e sparavano a qualunque cosa si muovesse,
con due cannoni da venti millimetri e due mitragliatori
da sette. Ripararsi dagli Zero divenne un rituale che si ripeteva
ogni giorno, spesso ogni ora. Per il 26 la difficolt era ancora
maggiore, perch oltre a se stessi gli uomini dovevano mettere
al sicuro i cavalli.
Al tramonto si accampavano e davano da mangiare e da bere
agli animali. Ogni truppa era assistita da cuochi, fabbri, persino
veterinari. Dopo cena, nell'unico frangente di tranquillit
prima di crollare, i soldati scrivevano lettere e leggevano quelle
arrivate da casa. Fino all'invasione ed al successivo blocco navale
il servizio postale era stato alquanto affidabile, anzi, date
le circostanze pi del previsto. Dopo la met di dicembre aveva
decisamente rallentato.
La settimana prima di Natale Pete ricevette un contenitore
grosso quanto una scatola da scarpe pieno di lettere e cartoline
dai suoi familiari, dalla chiesa e da buona parte della brava
gente di Clanton. Le lesse tutte: quelle di Liza e dei ragazzi
fino a impararle quasi a memoria. Nelle sue risposte Pete descriveva
le isole, un Paese diversissimo dalle dolci colline del
Mississippi settentrionale. Descriveva la fatica della vita militare.
Non definiva mai "pericolosa" la situazione in cui si trovava.
Nemmeno una volta us parole che lasciassero trapelare
la paura. Presto i giapponesi avrebbero invaso, sempre che
non l'avessero gi fatto, e sarebbero stati respinti dall'esercito
degli Stati Uniti e dai suoi compagni filippini.
Il 24 dicembre MacArthur diede il via alla ritirata delle forze
alleate verso l'ultimo baluardo della penisola di Bataan. La
vittoria era improbabile e lui lo sapeva. L'obiettivo pi verosimile
era trincerarsi a Bataan e tenere occupati i giapponesi, per
ritardarne le invasioni su altri fronti del Pacifico. Tutti parlavano
di "ritardare" e di "azione dilatoria".
Per proteggere la ritirata delle sue forze a Bataan, MacArthur
allest cinque postazioni difensive al centro di Luzon, dove
si concentrava il grosso delle forze giapponesi. Il 26 assunse
un ruolo cruciale nel tentativo di rallentare l'avanzata nemica.
A met del gennaio 1942 il tenente Ed Ramsey e i suoi avevano
concluso una sfiancante missione di ricognizione e stavano
per riposarsi insieme ai cavalli. Ricevettero per il segnale che
un distaccamento di giapponesi veniva verso di loro. Era in programma
un contrattacco, al quale Ramsey decise di partecipare.
Gli ordinarono di conquistare il villaggio di Morong, un punto
strategico del Bataan occidentale, sul fiume Batalan, occupato
dai giapponesi ma non per questo inespugnabile. Ramsey
radun i suoi ventisette uomini e prese la strada che portava a
Morong, pi a nord. Raggiunto il fiume, sul confine orientale del
villaggio, vi si avvicinarono con cautela e capirono che era deserto.
La chiesa cattolica era l'unico edificio in mattoni, circondato
da capanne d'erba su palafitte. Ramsey divise il plotone in
tre squadre di nove soldati, una delle quali era capitanata dal
tenente Banning. Mentre Pete e i suoi si accostavano alla chiesa,
un'avanguardia giapponese apr il fuoco. Gli uomini di Ramsey
risposero e avvistarono i primi elementi di una nutrita milizia
giapponese che guadavano il fiume. Se avessero raggiunto Morong
al completo, avrebbero spazzato via il plotone americano.
Senza esitazione, Ramsey lanci la cavalleria contro i fanti,
un genere di attacco che l'esercito americano non effettuava da
almeno cinquant'anni. Ordin ai suoi di mettersi in formazione,
sollev la pistola e grid: Carica!. Tra urla e spari, i suoi uomini
aggredirono al galoppo l'avanguardia giapponese e la travolsero.
Il nemico, terrorizzato, si ritir sull'altra sponda del fiume
e cerc di riorganizzarsi. Con soli tre feriti, il plotone di Ramsey
tenne a bada i giapponesi finch non arrivarono i rinforzi.
Sarebbe stata ricordata come l'ultima carica a cavallo della
storia militare americana.
Il 26 continu a tormentare ed ostacolare il nemico, posticipando
l'inevitabile assedio a Bataan. MacArthur trasfer il governo
filippino e il grosso dell'esercito sulla penisola, ma per il proprio
quartier generale scelse un bunker sull'armatissima isola di Corregidor,
che proteggeva la baia di Manila. In tutta fretta i suoi
soldati allestirono posizioni difensive sparse per Bataan. Con le
chiatte traghettarono uomini e scorte da Manila, in un frenetico
tentativo di trincerarsi. Il piano era di accumulare provviste sufficienti
a sfamare quarantacinquemila uomini per sei mesi. Alla
fine, sulla penisola si rifugiarono ottantamila soldati e venticinquemila
civili filippini. In pochi giorni la ritirata si era conclusa
con successo.
Confinate le forze americane sulla penisola, i giapponesi cercarono
subito di strangolarle con un blocco aereo e navale assoluto.
Troppo sicuri di s commisero per un errore tattico,
spostando le divisioni d'lite su altri fronti del Pacifico e rimpiazzandole
con soldati meno capaci. Non fu uno sbaglio irrimediabile,
ma fin per prolungare di mesi l'assedio e le sofferenze.
Nelle prime settimane dell'assedio di Bataan i giapponesi subirono
gravi perdite mentre americani e filippini combattevano
ferocemente per proteggere il loro ultimo baluardo. Gli Alleati
ebbero molti meno caduti, ma non potevano sostituirli. I giapponesi
disponevano di una quantit infinita di uomini e armi,
e di settimana in settimana bombardavano la preda con l'artiglieria
pesante ed incessanti attacchi aerei.
A Bataan la situazione peggior rapidamente. Americani e
filippini combattevano da settimane mangiando pochissimo.
Mediamente un soldato consumava un pasto da circa duemila
calorie al giorno, la met di quelle necessarie in una battaglia faticosa.
La fame era opprimente e le riserve scarseggiavano. Ci
era dovuto a un altro inspiegabile errore di MacArthur. Nella
fretta di consolidare le difese a Bataan si era sbarazzato di quasi
tutti i viveri. In un capannone erano stati abbandonati quintali
e quintali di riso, abbastanza da sostentare le armate per
anni. Molti ufficiali lo avevano implorato di ammassare i viveri
a Bataan, ma lui non li aveva ascoltati. Quando lo informarono
che i suoi uomini avevano fame e si lamentavano, dimezz
la razione a tutti. In una lettera ai soldati promise dei rinforzi.
Scrisse che erano in partenza "migliaia di soldati e centinaia di
aerei", e che la data esatta in cui i rinforzi sarebbero giunti a
destinazione era "sconosciuta", ma prima o poi sarebbero arrivati.
Mentiva. La Flotta del Pacifico era stata menomata a Pearl
Harbor e non era in grado di opporsi all'embargo giapponese.
Le Filippine erano isolate. Washington e MacArthur lo sapevano.
Pur di non morire di fame, i soldati mangiavano di tutto. Cacciavano
e macellavano il carabao, la versione filippina del bufalo
indiano. Per renderla masticabile, la sua carne dura e coriacea
andava bollita nell'acqua salata e poi pestata. Di solito la servivano
insieme a una pappa di riso marcio e infestato dagli insetti.
Dopo aver decimato i carabao passarono ai cavalli e ai muli; i
soldati del 26 si rifiutavano di mangiare i loro adorati animali.
Cacciavano maiali selvatici, lucertole della giungla, persino
corvi, uccelli esotici e serpenti, anche i cobra, che erano ovunque.
Tutto quello che ammazzavano finiva in un gigantesco
pentolone, in brodo. In febbraio a Bataan non c'era pi nemmeno
un mango od una banana, e gli uomini si nutrivano di erba e
foglie. La penisola era circondata da acque ricche di pesce, ma
approfittarne era impossibile. I piloti giapponesi si divertivano
un mondo ad attaccare ed affondare le barche da pesca, anche le
pi piccole. Avventurarsi in mare era un suicidio.
La denutrizione imperava. All'inizio di marzo i soldati erano
talmente fiacchi e deperiti che non riuscivano pi a uscire
in pattuglia, organizzare agguati o sferrare attacchi. Avevano
perso in media fra i tredici e i venti chili a testa.
L'11 marzo, su ordine di Washington, MacArthur scapp da
Corregidor insieme alla famiglia e al suo stato maggiore. Raggiunse
incolume l'Australia, dove stabil il suo quartier generale.
Non si era distinto per valore in battaglia, come prevede la legge,
e aveva abbandonato le sue truppe, ma fu ugualmente decorato
con la Medaglia d'onore per l'eroica difesa delle Filippine.
I soldati deperiti che aveva lasciato a Bataan non erano in
grado di combattere. Soffrivano di gonfiore alle articolazioni,
gengive sanguinanti, intorpidimento degli arti, pressione bassa,
ipotermia, tremori, convulsioni e anemia, al punto che molti
non si reggevano nemmeno in piedi. La denutrizione causava
attacchi di dissenteria che li lasciavano a pezzi. Gi in tempo di
pace le campagne di Bataan erano infestate dalla malaria, e la
guerra forn un'infinit di nuovi bersagli alle zanzare, che con le
punture diffondevano febbre, sudori freddi, brividi. Alla fine di
marzo la malaria contagiava mille uomini al giorno. Quasi tutti
gli ufficiali si ammalarono. Un generale dichiar che soltanto
la met dei suoi uomini era in grado di combattere. Gli altri
erano cos ammalati, affamati e stanchi che non riuscirebbero
a tenere una posizione n a lanciare un attacco.
I soldati cominciarono a dubitare dei rinforzi promessi. Ogni
mattina le vedette perlustravano il Mar Cinese meridionale in
cerca dei convogli che, naturalmente, non arrivavano. A fine
febbraio, durante uno dei suoi celebri "discorsi al caminetto" il
presidente Roosevelt aveva spiegato agli americani che i giapponesi
avevano imposto il blocco navale alle Filippine e che
"il completo accerchiamento" impediva "sostanziali rinforzi".
E, poich gli Stati Uniti combattevano in due teatri molto vasti,
si dovevano concentrare in "zone diverse dalle Filippine".
Le radio a onde corte trasmisero il discorso anche nei nascondigli
e sui mezzi corazzati di Bataan. Ormai i soldati sapevano
la verit: nessuno sarebbe venuto a soccorrerli.

A Clanton, i Banning non ricevevano lettere di Pete da quasi
due mesi. Sapevano che era a Bataan ma non sospettavano
quanto fosse disperata la situazione. Anche loro ascoltarono il
discorso del presidente e per la prima volta intuirono le proporzioni
del pericolo. Dopo la trasmissione, Stella and in camera
sua e pianse finch non si addorment. Liza e Joel rimasero
svegli fino a tardi a parlare della guerra, cercando invano
un motivo di ottimismo.
Ogni domenica mattina, quando inaugurava il culto, Dexter
Bell leggeva i nomi degli uomini e delle donne della contea di
Ford partiti per la guerra, e la lista si allungava di settimana in
settimana. Recitava una lunga preghiera perch stessero bene e
tornassero presto. La maggior parte era in addestramento e non
aveva ancora combattuto. Pete Banning, invece, era in un posto
terribile e gli venivano dedicate pi preghiere che agli altri.
Liza e i suoi si sforzavano di essere coraggiosi. Il Paese era
in guerra e non c'era famiglia che non convivesse con la paura.
Un diciottenne di Clanton era morto in Nord Africa. Presto
la stessa temuta notizia avrebbe raggiunto migliaia di altre
case americane.
...
25.

Senza cavalli, il 26 non aveva pi ragione di esistere, perci i
suoi membri vennero assegnati ad altri gruppi, con mansioni a
cui non erano abituati. Pete fin in fanteria, dove ricevette una
vanga con cui scavarsi una trincea, una delle migliaia lungo i
venti chilometri occupati dal fronte di riserva, che si estendeva
attraverso il Bataan meridionale. In realt si trattava dell'ultima
linea difensiva: se i giapponesi fossero riusciti a sfondare,
gli Alleati sarebbero stati respinti all'estremit della penisola
con il Mar Cinese meridionale alle spalle, senza via d'uscita.
A marzo, durante una tregua nei combattimenti, i giapponesi
strinsero il cappio intorno a Bataan. L'esercito nipponico ricevette
rinforzi e nuove provviste; gli americani e i filippini intuirono
l'inevitabile e scavarono trincee ancora pi profonde.
Durante il giorno Pete e i suoi compagni scavavano intorno
ai bunker e ai parapetti, ma era un lavoro impegnativo per uomini
malati e indeboliti dalla fame. Pete stimava di aver perso
quasi venti chili. Ogni decina di giorni, per evitare che gli cadessero
i pantaloni era costretto a fare un nuovo buco nell'unica
cintura che aveva. Fino a quel momento era riuscito a sfuggire
alla malaria, ma sapeva che era solo questione di tempo.
Aveva avuto due episodi di lieve dissenteria, ma si era ripreso
perch un medico aveva trovato un farmaco. Di notte dormiva
su una coperta accanto alla sua buca, con il fucile a portata
di mano.
Nella buca alla sua destra c'era Sal Moreno, un coriaceo sergente
italiano che veniva da Long Island. Sal era un ragazzo di
citt con una grande e pittoresca famiglia, e raccontava un sacco
di begli aneddoti. Aveva imparato a cavalcare nella fattoria
in cui lavorava suo zio. Dopo qualche guaio con la legge era entrato
nell'esercito ed era arrivato al 26 reggimento di Cavalleria.
Un grave attacco di malaria per poco non lo uccise, ma Pete
trov il chinino al mercato nero e lo cur finch non si ristabil.
Alla sinistra di Pete c'era la buca di Ewing Kane, un nobile
che si era laureato con lode all'Istituto militare della Virginia,
come suo padre e suo nonno. Ewing era salito in sella ad un
pony a tre anni ed era il fantino pi bravo del 26.
Ormai per i cavalli non c'erano pi. Loro erano stati relegati
in fanteria, e ne soffrivano. Parlavano per ore, il loro argomento
preferito era il cibo. Pete si dilungava sui piatti di Nineva:
costolette fritte di maiale allevato alla fattoria, costolette
affumicate, gombo fritto, pollo fritto, pomodori verdi fritti,
patate fritte nel lardo, zucca fritta, tutto fritto. Sal si meravigliava
di quel modo di cucinare cos grasso. Ewing descriveva le delizie
delle pancette e dei prosciutti affumicati della Virginia, e
tutte le maniere di cucinare il fagiano, il piccione, la quaglia, le
galline ed il Brunswick stew. Ma erano dei dilettanti in confronto
a Sal, la cui madre e la cui nonna preparavano piatti che gli
altri due non avevano mai sentito nominare. Lasagne, cannelloni,
spaghetti al rag, scaloppine di maiale all'aceto balsamico,
bruschette aglio e pomodoro, mozzarella in carrozza e cos
via. La lista sembrava infinita, e sulle prime i due amici pensarono
che Sal stesse esagerando, ma i dettagli dei piatti facevano
venire l'acquolina in bocca. Rimasero d'accordo di trovarsi
a New York dopo la guerra, per non fare altro che ingozzarsi
di prelibatezze italiane.
C'erano momenti in cui riuscivano a ridere e sognare, ma il
morale era basso. I soldati che si trovavano a Bataan accusavano
MacArthur, Roosevelt e tutti gli altri a Washington di averli
abbandonati. Erano amareggiati e tristi, la maggior parte non
riusciva a non lamentarsi. Altri dicevano che era meglio stare
zitti e smetterla di lagnarsi: le lamentele non avrebbero certo
migliorato le loro condizioni. Non era insolito vedere i soldati
piangere nelle trincee, o assistere alla follia di un uomo che
in preda ad un crollo nervoso usciva dalla sua buca e vagava in
giro senza meta. Pete si manteneva sano di mente pensando
a Liza e ai ragazzi, ai magnifici piatti che un giorno gli avrebbe
preparato Nineva, e alle verdure nell'orto di Amos. Avrebbe
voluto disperatamente scrivere delle lettere, ma non c'erano
penne, carta, n servizio postale. Erano del tutto isolati, e inviare
la corrispondenza era impossibile. Pregava per la sua famiglia
ogni giorno, chiedendo a Dio di proteggerla mentre lui
era lontano. La morte era certa: per fame, malattia, per le bombe
o per i proiettili.
Se la fanteria giapponese si era presa una pausa, l'artiglieria
e l'aeronautica non smisero di colpire. Era una fase di tregua,
ma non ci fu un solo giorno tranquillo. Il pericolo era sempre in
agguato. Ogni mattina, i bombardieri colpivano a caso e, appena
gli aeroplani scomparivano, i cannoni iniziavano a sparare.
A marzo inoltrato, vennero posizionati vicino al fronte americano
centocinquanta grossi cannoni che cominciarono un bombardamento
feroce, ventiquattro ore al giorno, e le conseguenze
furono devastanti. Molti americani e filippini furono fatti a
pezzi nelle loro buche. I bunker, concepiti per essere a prova di
proiettile, si disintegravano come capanne di paglia. Il numero
delle vittime era spaventoso, gli ospedali da campo erano
zeppi di soldati feriti e in fin di vita. Il 3 aprile, dopo una settimana
di fuoco continuo, la fanteria e i carri armati giapponesi
sfondarono il fronte indebolito. Mentre americani e filippini
arretravano, gli ufficiali cercavano di schierarli in posizioni
difensive che inevitabilmente finivano travolte nel giro di poche
ore. Le controffensive venivano subito vanificate dalla superiorit
delle forze giapponesi.
Un generale americano stim che solo un soldato su dieci aveva
abbastanza energia da percorrere un centinaio di metri, sollevare
il fucile e sparare contro il nemico. Quello che era stato un
esercito di ottantamila uomini si era ormai ridotto a un effettivo
di duemilacinquecento. Quasi sprovvisti di cibo e munizioni,
avviliti e senza rinforzi, americani e filippini continuarono
a combattere con tutto ci che avevano, riuscendo a danneggiare
gravemente i giapponesi. Tuttavia erano in inferiorit numerica
e di munizioni, e l'inevitabile ben presto divenne realt.
Mentre il nemico continuava la sua spinta implacabile, il comandante
americano, il generale Ned King, riun il suo stato
maggiore per considerare l'impensabile: arrendersi nonostante
gli ordini da Washington, secondo i quali le forze americane
e filippine avrebbero dovuto combattere fino all'ultimo uomo.
Presa in un comodo ufficio di Washington, quella di resistere
fino alla morte poteva sembrare una decisione eroica, ma il generale
King si trovava a dover affrontare una realt spaventosa.
Spettava a lui decidere se arrendersi o lasciare che i suoi uomini
venissero trucidati. Quelli che erano ancora in grado di
combattere opponevano una resistenza ogni giorno pi debole.
I giapponesi si trovavano a pochi chilometri da un grosso ospedale
da campo che ospitava seimila soldati in gravi condizioni.
A mezzanotte dell'8 aprile il generale King radun i suoi comandanti
e disse: All'alba mander un messo con la bandiera
bianca per chiedere una tregua e conoscere le condizioni della
resa. Penso che continuare a resistere significhi sprecare inutilmente
altre vite. Un nostro ospedale, pieno di feriti e in prossimit
del fronte, rischia di essere distrutto dall'artiglieria nemica.
Non siamo pi in grado di opporre una resistenza organizzata.
La decisione era inevitabile, ma difficile da accettare. Molti
dei presenti singhiozzavano quando si allontanarono per tornare
ai loro doveri. Il generale King ordin l'immediata distruzione
di tutto ci che avesse un valore militare, risparmiando
per autobus, macchine e carri armati per trasportare malati e
feriti ai campi di prigionia.
Con circa settantamila soldati sotto il suo comando, la resa
di King fu la pi clamorosa nella storia americana.
Pete sent la notizia a mezzogiorno del 9 aprile, e non riusc a
crederci. Sulle prime lui, Sal, Ewing e altri del 26 pensarono
di scappare e continuare la lotta, ma era una strategia suicida.
Avevano a malapena le energie per pianificare una fuga. Ricevettero
l'ordine di distruggere armi e munizioni, mangiare tutto
ci che riuscivano a trovare, riempire d'acqua le borracce e mettersi
in marcia verso nord, in cerca dei giapponesi. Erano sbalorditi,
demoralizzati, scossi dalla resa del fiero esercito americano.
Provavano una vergogna profonda.
Mentre camminavano lentamente, in preda al terrore, si unirono
a loro altri americani e filippini intontiti e scheletrici, finch
la strada si riemp di centinaia di uomini che avanzavano
verso un futuro incerto ma certamente sgradevole. Fecero passare
un furgone zeppo di americani feriti. Sul cofano era seduto
un soldato semplice che reggeva una bandiera bianca.
Sembrava irreale.
Erano spaventati dalla reputazione degli occupanti giapponesi,
dalle storie dei crimini di guerra compiuti in Cina di cui
avevano letto: innumerevoli stupri, esecuzioni sommarie, saccheggi
di intere citt. Allo stesso tempo, per, li confortava il
fatto di essere prigionieri americani protetti dalla legge internazionale,
che vietava i maltrattamenti. Il Giappone era tenuto
a rispettare la Convenzione di Ginevra, no?
Pete, Sal ed Ewing rimasero insieme mentre arrancavano verso
nord, andando incontro ai loro carcerieri. Quando raggiunsero
la cima di una collina, si trovarono di fronte una vista ripugnante.
In una radura era allineata una serie di carri armati
giapponesi, in attesa. Dietro, una colonna di soldati. In lontananza,
gli aeroplani stavano ancora sganciando le bombe; i cannoni
continuavano a sparare.
Gettate via tutta la roba giapponese che avete, e alla svelta
grid qualcuno. L'avvertimento fu ripetuto varie volte, la maggior
parte degli uomini lo ud e obbed subito. Monete e souvenir
giapponesi furono buttati a terra e nei fossi. Pete aveva in
tasca solo tre scatolette di sardine sott'olio e l'orologio, la fede,
la coperta, le posate e gli occhiali. Aveva anche ventun dollari
americani, cuciti dentro la tela che rivestiva la borraccia.
Furono avvicinati dai soldati giapponesi che sventolavano
i fucili e ringhiavano ordini nella loro lingua. All'estremit di
ogni fucile c'era una lunga baionetta. I prigionieri furono scortati
in un campo, dove vennero disposti in fila e fu intimato loro
di stare zitti. Un giapponese sapeva abbastanza bene l'inglese e
sbraitava contro i prigionieri, che vennero fatti avanzare a uno
a uno e costretti a svuotare le tasche. Li perquisirono, anche se
le guardie volevano evitare di toccarli. I pugni e gli schiaffi erano
ammessi, ma niente che richiedesse un contatto fsico maggiore.
I loro averi - penne stilografiche, matite, occhiali, torce,
macchine fotografiche, posate, coperte, monete, rasoi e coltelli -
furono quasi tutti rubati o "confiscati" dai giapponesi.
Jack Wilson, dell'Iowa, era davanti a Pete quando un soldato
giapponese cominci a gridargli contro. Jack aveva in tasca uno
specchietto da rasatura di fabbricazione giapponese.
Nippon! grid la guardia.
Jack non rispose in tempo, e il soldato lo colp in faccia con il
calcio del fucile. Cadde a terra e l'altro lo percosse finch non
perse i sensi. Altre guardie iniziarono a prendere a pugni e
schiaffi i prigionieri, mentre gli ufficiali ridevano e li istigavano.
Pete fu scioccato da quell'improvvisa violenza.
Ben presto impararono che i giapponesi erano convinti che
ogni moneta, banconota o gioiello in possesso dei prigionieri
fosse stato sottratto ai loro compagni morti. La conseguenza fu
una rappresaglia. Molti prigionieri furono picchiati finch non
riuscirono pi a muoversi, ma l'impensabile si verific quando
si vuot le tasche un capitano, non del 26. Un esile soldato
semplice giapponese cominci a gridare furioso, ordinandogli
di fare un passo avanti. Gli aveva trovato addosso alcuni
yen ed era fuori di s. Arriv un ufficiale, un sergente alto e
allampanato con la pelle molto pi scura degli altri, e inizi a
urlare in faccia al capitano. Gli diede un pugno in pancia, lo
prese a calci tra le gambe e, quando il capitano fin per terra
carponi, il "giapponese nero", come venne soprannominato,
sguain la spada, la sollev con entrambe le mani e colp l'uomo
alla base del collo. Gli stacc di netto la testa e la mand a
rotolare a qualche metro di distanza. Il sangue schizz ovunque;
il corpo del capitano si contrasse per un istante, poi rimase
immobile.
Il giapponese nero sorrise ed ammir la sua opera. Rinfoder
la spada e ringhi contro gli altri prigionieri. Il soldato semplice,
lentamente, prese gli yen dalle tasche del capitano. Le altre
guardie persero ogni inibizione e cominciarono a picchiare
i prigionieri.
Pete fissava sbalordito la testa abbandonata nella terra e per
poco non impazz. Avrebbe voluto aggredire il soldato pi vicino,
ma farlo significava suicidarsi. Respir profondamente
aspettando di essere picchiato. Fu fortunato, almeno in quel
momento, e non lo colpirono. Pi in l nella fila, un altro soldato
parecchio su di giri schiaffeggi un prigioniero. Il giapponese
nero si avvicin, vide altri yen e colp l'americano. Quando
sguain la spada, Pete guard da un'altra parte.
Due decapitazioni. Gli americani non avevano mai immaginato
niente del genere. Pete aveva la nausea, era sconvolto e non
riusciva a credere a quello che stava succedendo. Lo shock tuttavia
sarebbe svanito, perch gli assassinii divennero una routine.
I prigionieri rimasero in formazione per oltre un'ora mentre
il sole tropicale picchiava forte sulle loro teste scoperte. Pete
aveva sempre odiato l'elmetto, e lo aveva abbandonato. In quel
momento lo desider pi che mai. Qualche prigioniero aveva il
berretto, ma quasi nessuno aveva di che ripararsi dal sole. Erano
fradici di sudore, molti cominciarono a riempirsi di vesciche.
Quasi tutti avevano le borracce, ma bere era vietato. Quando
le guardie si stancarono di abusare dei prigionieri, si ritirarono
all'ombra a riposarsi. I carri armati partirono. I prigionieri furono
scortati di nuovo sulla strada, diretti a nord.
La marcia della morte di Bataan era cominciata.
Camminavano a gruppetti di tre in mezzo alla polvere e alla calura.
Sal era alla sinistra di Pete, Ewing alla sua destra. Quando
il sentiero fin, svoltarono a destra sulla strada nazionale
che attraversava l'estremit meridionale di Bataan. Verso di
loro avanzavano colonne infinite di contingenti, camion, carri
armati giapponesi e artiglieria trainata da cavalli, che si preparavano
per l'assalto a Corregidor.
Quando le guardie non potevano sentirli, gli uomini parlavano
senza sosta. Quelli del 26 erano circa una ventina, il resto si
era disperso nel caos della resa. Pete ordin ai compagni di organizzarsi
in gruppetti di tre per darsi una mano a vicenda, se
possibile. Se li sorprendevano a parlare, li picchiavano. Per divertimento,
le guardie pescavano prigionieri a caso, li perquisivano
e li malmenavano. Dopo circa cinque chilometri, erano
stati privati di qualsiasi oggetto di valore. Pete ricevette il primo
schiaffo da una guardia che gli port via le sardine.
I fossi ai lati della strada erano disseminati di furgoni e carri
armati carbonizzati, resi inutilizzabili il giorno prima dagli
americani e dai filippini. A un certo punto passarono davanti a
una montagna di razioni sequestrate, ma nessuno diede loro il
permesso di toccarle e gli uomini, gi molto malnutriti, continuarono
a patire la fame. Il caldo era sempre pi intenso, e molti
di loro cominciavano a perdere i sensi, ma gli altri impararono
in fretta che prestare assistenza non era saggio. Le guardie
tenevano pronte le baionette e non aspettavano altro che trafiggere
i prigionieri che si fermavano ad aiutarne altri. Chi cadeva
e non riusciva a rialzarsi veniva gettato a calci nei fossi, e
lasciato l in attesa che qualcuno arrivasse a finirlo.
La baionetta dei giapponesi era lunga in totale una settantina
di centimetri, la met dei quali era occupata dalla lama. Fissata
ad un fucile Arisaka di un metro, formava un'alabarda di
oltre un metro e mezzo. I soldati semplici erano fieri delle loro
baionette, e smaniosi di usarle. Quando un prigioniero inciampava
e cadeva, o semplicemente sveniva, come incoraggiamento
si beccava subito una stilettata nel posteriore. Se non funzionava,
i soldati usavano tutta la lama, e l'uomo veniva lasciato
a morire dissanguato.
Pete marciava a testa bassa e occhi socchiusi, nel tentativo
di proteggersi dalla polvere e dal calore. Osservava anche le
guardie, che parevano svanire e materializzarsi dal nulla. Alcune
sembravano solidali con loro, non intenzionate a picchiarli,
ma quasi tutte erano molto violente, e bastava un nonnulla
per scatenarne la crudelt. Potevano essere silenziose ed arcigne,
e un attimo dopo perdere la testa e colpire in preda alla
furia. Percuotevano i prigionieri con i pugni, li prendevano a
calci, li picchiavano con il fucile, li trafiggevano con le baionette.
Li malmenavano per aver guardato in questa o quella direzione,
per aver parlato, perch camminavano troppo lenti, per
non aver risposto a una domanda in giapponese, per aver tentato
di aiutare un compagno.
Tutti quanti subivano aggressioni, ma i giapponesi erano
particolarmente crudeli con i filippini, che consideravano una
razza inferiore. Durante le prime ore di marcia, Pete fu testimone
dell'uccisione di dieci scout filippini, i cui corpi vennero
poi presi a calci e abbandonati nei fossi a marcire. Durante una
pausa fiss incredulo una colonna di scout che si avvicinava.
Avevano le mani legate dietro la schiena e faticavano a tenere
il passo. Le guardie si divertivano a farli cadere ed osservarli
mentre rotolavano nella polvere e si dibattevano nel tentativo
di rimettersi in piedi.
Ammanettare i prigionieri era superfluo. Per quanto la situazione
fosse terribile, Pete era contento di non essere filippino.
Arrancando sotto il sole implacabile, gli uomini cominciarono
a disidratarsi. A dispetto delle condizioni terribili, il loro
unico pensiero era l'acqua. La sete era il vero demone. I loro
corpi reagivano cercando di conservare i fluidi, perci smisero
di sudare e di urinare. Sentivano la bocca impastata e la lingua
gonfia. La polvere e la calura provocavano violenti mal di
testa che annebbiavano la vista. E l'acqua era ovunque, nei freschi
pozzi artesiani che fiancheggiavano le strade, nelle fonti
accanto ai sentieri e alle superstrade, nei rubinetti delle fattorie
e dei granai, nei ruscelli spumeggianti che attraversavano.
Le guardie si godevano la loro disperazione bevendo lunghe
sorsate dalle borracce o rinfrescandosi la faccia. Inzuppavano
le bandane e se le legavano intorno al colletto.
Quando i prigionieri arrivarono in prossimit dei resti carbonizzati
dell'Ospedale numero Uno, videro molti dei pazienti
in camice lercio o pigiama verde vagare confusi e frastornati.
Ad alcuni mancavano degli arti, e camminavano con le stampelle.
Altri avevano ferite aperte che richiedevano cure immediate.
L'ospedale era stato bombardato qualche giorno prima
e i pazienti erano sotto shock. Quando il comandante giapponese
li vide, ordin loro di unirsi alla marcia. Ancora una volta
fu vietato prestare soccorso ai feriti, e tanti di essi riuscirono
a percorrere solo un breve tratto prima di svenire. Allora venivano
cacciati a calci e lasciati a morire.
Quando incontrarono un folto gruppo di furgoni e carri armati
giapponesi, furono portati in un campo e costretti a sedersi
sotto il sole cocente. Si trattava del cosiddetto "trattamento del
sole", e alcuni per poco non ebbero un crollo. Mentre cuocevano,
uno di loro cerc di bere un goccio di acqua tiepida dalla
borraccia e fece infuriare le guardie, che si misero a gridare ed a
colpire i prigionieri, requisirono tutte le borracce e le svuotarono
nella terra riarsa. La guardia che prese la borraccia di Pete
gliela gett addosso con tanta forza che gli procur un piccolo
taglio sopra l'occhio destro.
Dopo un'ora ripresero la marcia. Sfilarono davanti a uomini
trafitti dalle baionette, che chiedevano aiuto mentre morivano
dissanguati. Sfilarono davanti ai cadaveri di soldati americani.
Guardarono con orrore due soldati filippini feriti che venivano
trascinati fuori da un fosso e messi in mezzo alla strada,
dove i carri armati li investirono. Pi marciavano, pi vedevano
morti e feriti abbandonati. Pete si sorprese della capacit
del suo cervello di adattarsi alla carneficina e alla crudelt, e
ben presto arriv al punto di non sentirsi pi sconvolto. L'afa,
la fame e le privazioni gli avevano anestetizzato i sensi, ma la
rabbia ribolliva, e lui meditava vendetta. Pregava che arrivasse
il giorno in cui sarebbe riuscito a uccidere quanti pi soldati
giapponesi possibili.
Continuava a parlare, a incoraggiare gli altri a fare un altro
passo, scalare un'altra collina, sopportare un'altra ora. Di sicuro
a un certo punto li avrebbero sfamati e dissetati. Al tramonto
li condussero in una radura, dove ebbero il permesso di sedersi
e riposare. Non c'erano tracce di cibo od acqua, ma riposare
un po' fu rinfrancante. Avevano i piedi coperti di vesciche ed i
crampi alle gambe. Molti persero i sensi e si addormentarono.
Mentre Pete si stava appisolando arriv un nuovo gruppo di
guardie: cominciarono a prendere a calci i prigionieri, che furono
costretti ad alzarsi e formare una colonna. La marcia riprese
nell'oscurit e per due ore arrancarono faticosamente, mai abbastanza
svelti da soddisfare le guardie.
Durante il primo giorno Pete e i suoi compagni contarono trecento
prigionieri nella loro colonna, ma il numero cambiava di
continuo. Alcuni crollavano e morivano, altri venivano uccisi,
quelli rimasti indietro li raggiungevano e la loro colonna spesso
si mescolava ad altre. In un momento imprecisato della notte
- non avevano pi gli orologi -, li condussero a una radura
e li fecero sedere. Evidentemente anche i giapponesi avevano
fame, era ora di cena. Dopo mangiato passarono in mezzo ai
prigionieri con secchi d'acqua e ne offrirono una piccola mestolata
a ciascuno. Era tiepida e torbida, ma comunque deliziosa.
A ogni prigioniero fu data una manciata di riso bianco. Una
bella bistecca con le patatine fritte non sarebbe stata pi buona.
Mentre si godevano il pasto udirono spari di armi leggre
provenire dalla strada e ben presto capirono cosa stava succedendo.
Erano le "squadre degli avvoltoi", che finivano tutti
quelli rimasti indietro.
Il cibo aveva rimesso Pete un po' in forze, anche se per poco,
e ancora una volta l'uccisione arbitraria di prigionieri di guerra
americani lo sconvolse. La sua marcia della morte dur sei
giorni, e ogni sera lui e gli altri ascoltavano in preda all'orrore
il lavoro delle squadre degli avvoltoi.
Dopo aver dormito per qualche ora in una risaia, gli uomini
furono svegliati e costretti a rimettersi in formazione ed a marciare.
Molti facevano fatica a camminare, ma erano sollecitati
dalle onnipresenti baionette. La strada principale era piena di
prigionieri americani e filippini.
All'alba incontrarono un altro folto gruppo di truppe ed artiglieria
giapponesi. La strada era troppo affollata, e i prigionieri
furono condotti a un campo vicino a una piccola fattoria. Dietro
una baracca c'era un ruscello d'acqua che sembrava sorgiva.
Il suo rumore spumeggiante faceva girare la testa. La sete
era insopportabile. Un colonnello si alz coraggioso, indic il
fiume e chiese se i suoi uomini potevano bere. Una guardia lo
colp con il calcio del fucile e lo lasci privo di sensi.
Per almeno un'ora i prigionieri rimasero rannicchiati ad ascoltare
l'acqua, mentre il sole sorgeva. Guardarono il convoglio
passare oltre sollevando un polverone. Le guardie si raggrupparono
ai lati della strada per fare colazione a base di tortini di
riso e mango. Mentre mangiavano, tre scout filippini strisciarono
verso il ruscello e tuffarono le facce nell'acqua fresca. Una
guardia se ne accorse ed allert le altre. Senza dire una parola,
arrivarono in prossimit del ruscello, formarono un improvvisato
plotone d'esecuzione e giustiziarono i filippini.
Quando il traffico diminu i prigionieri furono fatti tornare in
formazione e la marcia prosegu. Presto arriver il cibo disse
una guardia a Pete, che quasi lo ringrazi. Per quanto gli facesse
male lo stomaco, la sete era di gran lunga peggiore.
Entro met mattinata aveva la bocca e la gola cos secche da non
riuscire pi a parlare. Non ci riusciva nessuno, e un silenzio tetro
cadde sui prigionieri. Li fecero fermare vicino a una palude
ed ordinarono loro di accovacciarsi al sole. Una guardia lasci
che si affacciassero sul pantano stagnante e riempissero le borracce
con un liquido marrone e salmastro contaminato con acqua
di mare. Avrebbe di certo causato la dissenteria, se non la
morte, ma gli uomini la bevvero comunque.
A mezzogiorno si fermarono nei pressi di un'area recintata e
li fecero sedere al sole. L'inconfondibile aroma di cibo si spanse
sui prigionieri, la maggior parte dei quali nelle ultime trentasei
ore aveva mangiato solo una pallina di riso. Sotto un tendone
improvvisato, alcuni cuochi stavano bollendo del riso in ampi
calderoni. I prigionieri li guardarono aggiungervi delle salsicce
e pezzi di pollo, e mescolare con grosse spatole di legno. Al
di l della tenda si intravedeva un recinto di fortuna fatto con
il filo spinato, al cui interno c'era un centinaio di filippini inzaccherati
e affamati, personale di supporto che aveva lavorato
per l'esercito. Arrivarono altre guardie, chiaramente l per
mangiare. Quando il pranzo fu servito, i giapponesi lo divorarono
di gusto. Uno di essi and al recinto e gett oltre il filo spinato
una salsiccia, sulla quale si avvent una calca che strillava,
graffiava, mordeva, lottava. La guardia si pieg in due dal
ridere, imitata dai compagni. Era troppo divertente per lasciar
perdere, perci altre guardie tennero sospese sul recinto cosce
di pollo e salsicce. I prigionieri si sporsero supplichevoli, poi
lottarono tra loro quando il cibo tocc il suolo.
Agli americani non fu gettato nulla. Non ci fu un pranzo, soltanto
acqua putrida e un'ora sotto il sole. La marcia prosegu
per tutto il lungo pomeriggio, e altri uomini caddero e vennero
lasciati indietro.
Intorno alla mezzanotte del 12 aprile, il secondo giorno di
marcia, gli uomini giunsero alla citt di Orani, a circa cinquanta
chilometri da dove erano partiti. Coprire distanze del genere
sarebbe stato impegnativo anche per dei soldati in forma;
chi sopravvisse ci riusc per miracolo. Nei pressi del centro abbandonarono
la strada principale ed entrarono in una zona recintata
da filo spinato, costruita alla bell'e meglio per ospitare
cinquecento prigionieri. Ce n'erano gi un migliaio quando
la colonna di Pete arriv. Non c'erano cibo, n acqua, n latrine.
Molti prigionieri soffrivano di dissenteria, ed escrementi,
sangue, muco e urina ricoprivano il suolo e si attaccavano
agli stivali. Le larve erano ovunque. Senza posto per stendersi,
gli uomini cercavano di dormire schiena contro schiena, ma
i crampi ai muscoli lo rendevano impossibile. Le grida di chi
era impazzito erano atroci. Malati, disidratati, esausti e ridotti
alla fame, molti uomini persero del tutto la lucidit. Molti deliravano,
fuori di s, altri erano catatonici e fissavano il vuoto,
scioccati, come zombie.
E morivano. Molti entrarono in coma e non si svegliarono
pi. All'alba il campo era zeppo di cadaveri. Quando gli ufficiali
giapponesi se ne resero conto, al posto del cibo fecero portare
delle vanghe e costrinsero i prigionieri pi "sani" a scavare
buche poco profonde lungo i margini del recinto. Pete, Sal ed
Ewing erano ancora vivi, perci furono scelti come scavatori.
Quelli che deliravano vennero rinchiusi in un capanno di
legno con l'ordine di tacere. Alcuni prigionieri in coma furono
seppelliti vivi: non che facesse molta differenza, dato che la
morte sarebbe comunque sopraggiunta entro poche ore. Invece
di riposare, i superstiti dovettero scavare per tutta la notte,
perch i morti aumentavano e i corpi erano ammassati accanto
al filo spinato.
All'alba si aprirono i cancelli e le guardie trascinarono dentro
sacchi di riso bollito. Ordinarono ai prigionieri di sedersi in
file ordinate e di tendere le mani a coppa. Ciascuno ricevette
una manciata di riso bianco, il primo "pasto" da giorni. Dopo
colazione li portarono in gruppetti a un pozzo artesiano, dove
ebbero il permesso di riempire le borracce. Il cibo e l'acqua placarono
gli uomini per qualche ora, ma il sole era tornato a bruciare.
Entro met mattina, le grida e gli strilli erano un coro. A
met dei prigionieri fu ordinato di uscire dal recinto e tornare
in strada. La marcia prosegu.
...
26.

Prevedendo la caduta di Bataan, i giapponesi avevano gi deciso
di usare la penisola come base per attaccare la vicina isola
di Corregidor, l'ultima roccaforte americana. Per farlo per
era necessario sgomberare completamente l'area dai prigionieri
americani e filippini. Il piano era farli marciare per cento chilometri
lungo la Vecchia strada nazionale fino agli scali ferroviari
di San Fernando, da dove sarebbero stati portati in treno alle
varie prigioni, incluso il campo Donnell, un vecchio forte filippino
convertito in campo di prigionia. Il piano era studiato
per trasferire in poco tempo cinquantamila uomini.
Tuttavia, a poche ore dalla resa, i giapponesi capirono di aver
sbagliato clamorosamente i calcoli. I soldati americani e filippini
erano settantaseimila, i civili ventiseimila. C'erano prigionieri
ovunque, affamati e bisognosi di cibo e acqua. Com'era possibile
che il nemico si fosse arreso con tutti quei soldati? Dov'era
finita la loro volont di combattere? Non riuscivano a trattenere
il disprezzo e l'odio profondo.
Mentre la marcia proseguiva e le fila dei prigionieri continuavano
a infittirsi, le guardie giapponesi furono costrette ad aumentare
l'andatura; non c'era tempo per bere e mangiare, per riposare,
per fermarsi e assistere chi cadeva. Non c'era tempo per seppellire
i morti, n per preoccuparsi di quelli che rimanevano indietro.
I generali gridavano agli ufficiali di sbrigarsi. Gli ufficiali si
rifacevano con violenza sui soldati semplici, che a loro volta si
sfogavano sui prigionieri. Mentre le colonne si gonfiavano e rallentavano,
la pressione si fece pi insidiosa e la marcia divenne
ancora pi caotica. I cadaveri erano disseminati nei fossi e nei
campi, dove si decomponevano al sole cocente. La carne putrefatta
attirava nubi nere di mosche, oltre a cani e maiali affamati.
Stormi di corvi attendevano pazienti appollaiati sui recinti, e alcuni
cominciarono a seguire le colonne, tormentando i prigionieri.
Pete aveva perso le tracce dei compagni del 26. Lui, Sal ed
Ewing erano ancora insieme, ma era impossibile vedere gli altri.
Gruppi di prigionieri deperiti si aggiungevano un giorno a
una colonna, e il giorno seguente erano abbandonati nei campi
di prigionia. Cadevano, morivano, erano uccisi a centinaia.
Lui cominci a pensare solo a se stesso.
Il quarto giorno entrarono a Lubao. Quella che un tempo era
stata una frenetica citt di trentamila persone era ormai deserta,
o almeno lo erano le strade. Dalle finestre dei piani alti delle
case, per, gli abitanti li osservavano. Quando la colonna si
ferm, le finestre si aprirono e la gente prese a lanciare ai prigionieri
pane e frutta. Furiosi, i giapponesi ordinarono di non
toccare il cibo. Quando un ragazzino spunt da dietro un albero
e gett una pagnotta, una guardia gli spar sul posto. I prigionieri
che erano riusciti a mangiarne un boccone o due furono
trascinati via dalla colonna e picchiati. Uno venne trafitto
alla pancia da una baionetta e lasciato appeso a un palo come
mnito per gli altri.
Continuarono a marciare, facendo appello a tutta la volont
che avevano per muovere un altro passo, macinare un altro
chilometro. Furono cos tanti i soldati che morirono disidratati
e per sfinimento che i giapponesi finirono per cedere, e concessero
loro di riempire le borracce, di solito in un fosso a un lato
della strada o in uno stagno usato dal bestiame.
Il quinto giorno la colonna di prigionieri si imbatt in un altro
lungo convoglio di camion carichi di soldati. La strada era
pi stretta, e le guardie ordinarono ai prigionieri di procedere
in fila indiana sul ciglio. Vedere da vicino gli americani luridi
e con la barba lunga galvanizz i soldati sui camion, alcuni dei
quali non avevano mai incontrato l'odiato nemico. Sbeffeggiarono
i prigionieri, li colpirono con dei sassi, li coprirono di sputi,
li insultarono. Di tanto in tanto l'autista di un camion scorgeva
un prigioniero lievemente fuori dalla fila e gli andava addosso
con il paraurti. Se finiva sotto il mezzo, moriva in fretta. Se cadeva
in un fosso, se ne sarebbero occupate in sguito le squadre
degli avvoltoi. Se trascinava a terra altri prigionieri, i giapponesi
si facevano una bella risata e si allontanavano.
Mentre Pete tossiva soffocato dal polverone, un soldato che
si era sporto da un camion lo colp in pieno alla nuca con il calcio
del fucile, facendogli perdere i sensi. Cadde in un fosso fangoso
e fin su un copertone accanto a un furgone carbonizzato.
Sal ed Ewing, che lo precedevano, non si accorsero di niente.
La strada nazionale era bloccata da un ingorgo, e i prigionieri
furono condotti in una risaia per l'ennesimo trattamento
del sole. Quando Sal ed Ewing si resero conto che il loro compagno
era sparito cominciarono a bisbigliare. Qualcuno li avvis
di quello che era successo. Il loro primo istinto fu di andare
a cercarlo, ma poi decisero di no: bastava alzarsi senza chiedere
il permesso per essere picchiati. Qualsiasi tentativo di cercare
Pete sarebbe stato un suicidio. Piansero l'amico in silenzio,
odiando ancora di pi i giapponesi. A quel punto per avevano
visto cos tanti cadaveri che i loro sensi erano come sedati,
le emozioni smorzate o inesistenti.
Marciarono fino a sera, poi ebbero il privilegio di dormire in
una risaia. Nei dintorni non c'erano recinti di fortuna. Le guardie
distribuirono palline di riso lurido e acqua, e mentre cercavano
di riposare attesero di sentire il suono inconfondibile delle
armi da fuoco delle squadre degli avvoltoi. Ben presto lo udirono,
e si chiesero quale dei proiettili si fosse beccato Pete Banning.

Pete riprese conoscenza e, nonostante fosse debole e stordito,
ebbe la prontezza di fingersi morto. Aveva un dolore terribile
alla testa e sentiva il sangue colargli sul collo. La colonna era infinita
e lui udiva i suoni dei miserabili che gli sfilavano accanto.
Ud sfrecciare i camion, con i soldati che ridevano e talvolta
cantavano. Ud le guardie sbraitare ordini e insulti. Quando
fece buio, strisci nella terra e si nascose sotto la carcassa del
furgone. I convogli finalmente si allontanarono, ma i prigionieri
continuavano ad arrivare. A notte fonda ci fu finalmente una
pausa. La strada era deserta e silenziosa, almeno per il momento.
Sentiva i colpi di pistola avvicinarsi e ben presto riusc a vedere
i lampi arancioni degli avvoltoi che si accanivano su quelli
che stavano morendo od erano gi morti. Si raggomitol su se
stesso e trattenne il fiato. Loro passarono oltre.
Decise di strisciare fino a un boschetto di alberi e tentare la
fuga. Ma per scappare dove? Non ne aveva idea. Di sicuro non
sarebbe andato lontano, ma era comunque un uomo morto, quindi
perch no? Attese per ore e si addorment profondamente.
Una baionetta interruppe il suo sonnellino. Un soldato semplice
giapponese gliela stava premendo sul petto, abbastanza
forte da svegliarlo ma non da ferirlo. Il sole era sorto e faceva
scintillare la lama, che sembrava lunga tre metri. Il soldato sorrise
e gli fece cenno di alzarsi. Port Pete sulla strada, dove si
un a un'altra colonna di spettri sofferenti. Riprese la marcia. I
primi passi furono dolorosi perch aveva le gambe indolenzite,
ma riusc a tenere il ritmo. Non riconobbe nessuno degli altri prigionieri,
ma arrivati a quel punto avevano tutti lo stesso aspetto.
Dopo sei giorni arrivarono alla prima destinazione, la citt
di San Fernando. Li fecero fermare in un altro campo di fortuna
circondato dal filo spinato, e nessuno diede loro da mangiare.
Erano stremati dalla fame, e ormai convinti che la meta di
quella marcia fosse davvero la morte. Erano le condizioni peggiori
che avessero visto fino a quel momento. Il campo era stato
usato da centinaia di altri prigionieri, e il terreno era intriso
di escrementi e sangue. Cadaveri putrefatti attiravano milioni
di larve e di mosche.
San Fernando segn la fine della marcia della morte di Bataan.
Vi erano stati trasferiti settantamila prigionieri, sessantamila filippini
e diecimila americani. Per Pete, l'inferno dur sei giorni.
Per molti altri pi di una settimana. Lungo il tragitto di cento
e pi chilometri, si stima che seicentocinquanta americani e
undicimila filippini morirono di malattia o di stenti, oppure furono
direttamente uccisi. Mor anche un numero incalcolabile
di civili filippini, dei quali solo una minima parte fu seppellita.
E il peggio doveva ancora venire.
Durante la prima notte nel campo di San Fernando, Pete riusc
a trovare un angolo lontano dalla sporcizia e lo schifo e ripos
con la schiena appoggiata al filo spinato. I prigionieri erano cos
ammassati gli uni contro gli altri che sedersi non era possibile.
I fortunati che trovavano un angolino isolato erano costantemente
importunati perch si spostassero e facessero posto agli
altri. Ogni parvenza di disciplina era scomparsa, qualche ufficiale
cercava ancora di mantenere l'ordine, ma invano. Le risse
erano fuori discussione, perch gli uomini erano troppo deboli,
perci si limitavano a insultarsi a vicenda e a gridarsi pigre minacce.
Quelli che erano impazziti vagavano senza meta e calpestavano
gli altri invocando cibo e acqua. La maggior parte dei
soldati aveva la dissenteria, ma non c'erano latrine n lo spazio
per liberarsi, perci non avevano altra scelta che farsela addosso.
All'alba i cancelli si aprirono e arrivarono le guardie. Ringhiarono
ordini, presero a calci quelli che avevano davanti e alla fine
riuscirono a organizzare gli uomini in file di scheletri accovacciati.
Arrivarono tre grandi tegami di riso, e le guardie cominciarono
a distribuirlo ai prigionieri, che tenevano le mani a coppa.
Quelli pi vicini ai cancelli mangiarono ma, quando i tegami
furono vuoti, le guardie se ne andarono. Oltre la met dei detenuti
non aveva avuto nulla del pochissimo riso da dividere.
Al di l del recinto le guardie promisero cibo e acqua, ma i
soldati sapevano la verit. Pete era troppo lontano per ricevere
la manciata di riso, e non riusciva a ricordare l'ultima volta che
aveva mangiato. Si isol e rimase seduto in uno stato di torpore,
mentre il sole del mattino cominciava a splendere in tutta la
sua furia. Di tanto in tanto guardava le facce sparute di quelli
che lo circondavano, cercando invano Sal ed Ewing o qualcuno
che conoscesse, tuttavia non vide volti familiari. Si maledisse
per essersi addormentato sotto il furgone ed aver sprecato l'opportunit
di fuggire. La ferita alla testa sanguinava ancora, ma
non era profonda. Temeva un'infezione, per pens che fosse
solo uno dei moltissimi modi in cui poteva morire. E poi che
poteva farci? Anche se avesse trovato un medico, era probabile
che fosse ridotto peggio di lui.
Verso mezzogiorno i cancelli si riaprirono e le guardie portarono
via i prigionieri a uno a uno. Li divisero in gruppi di un
centinaio di uomini, e quando raggiunsero le cinque unit li fecero
marciare verso il paese. Pete era nell'ultima unit.
Ormai gli autoctoni erano abituati a quegli americani macilenti,
sozzi e con la barba lunga che passavano in greggi nella
loro cittadina. Odiavano i giapponesi quanto li odiavano i prigionieri,
ed erano decisi a fare qualcosa: lanciarono dalle finestre
pezzi di pane, biscotti e frutta, e per qualche motivo le guardie
non intervennero. Pete raccolse una banana e la mangi in
due bocconi. Poi trov nella terra un grosso pezzo di biscotto.
Quando l'indifferenza delle guardie divenne evidente, altro cibo
si rivers sui prigionieri, che lo raccolsero tutto e mangiarono
senza interrompere la marcia. A un lato della strada, un'anziana
donna lanci a Pete un mango, che lui divor con la buccia.
Come in precedenza, trov stupefacente che il suo corpo si rimettesse
in forze cos in fretta.
Si fermarono alla stazione ferroviaria, dove li aspettavano
cinque sgangherati carri merci. Erano conosciuti come "40/8",
stretti vagoni lunghi circa sei metri e larghi quanto bastava per
trasportare quaranta uomini oppure otto cavalli, muli o mucche.
Le guardie stiparono in ogni vagone un centinaio di prigionieri
e poi sbarrarono le porte, lasciandoli al buio pesto. Ammassati
gli uni contro gli altri, i soldati si sentirono immediatamente
soffocare e presero a battere contro le pareti di legno, chiedendo
aiuto. La temperatura aument in fretta, alcuni persero
i sensi. Non c'erano sistemi di ventilazione, solo qualche fessura
nelle pareti, e gli uomini lottavano per infilarvi il naso.
Le guardie salirono sui tetti dei carri merci e picchiarono forte
con i fucili, gridando: Silenzio, stronzi!.
Alla fine il treno sussult e part. Mentre i vagoni avanzavano
dondolando, i prigionieri furono travolti dalla nausea, e molti
cominciarono a vomitare; il cibo che avevano divorato avidamente
solo un'ora prima era un ammasso putrido che ricopriva
il suolo e rendeva l'aria malsana, cos pesante per via del calore
e dell'odore che anche respirare era doloroso.
Un uomo cadde ai piedi di Pete e chiuse gli occhi. La sua prima
reazione fu di scalciarlo via, ma poi si rese conto che non respirava
pi. Anche altri prigionieri stavano morendo, ma non
avevano nemmeno lo spazio per cadere.
Mentre il treno prendeva velocit, le guardie aprirono le porte
di tre vagoni e fecero entrare l'aria. Gli uomini lottarono per
avvicinarsi; uno riusc a saltare gi e atterr su uno spuntone
di roccia. Non si mosse pi.
Il viaggio attraverso numerose cittadine dur tre ore. Gli abitanti
si raccoglievano lungo i binari e lanciavano cibo o lattine
piene d'acqua in direzione dei vagoni aperti. I macchinisti
erano filippini, e rallentavano il pi possibile per permettere ai
prigionieri di raccogliere il cibo, che poi fu spartito quasi tutto.
Quando finalmente il treno si ferm, gli uomini si riversarono
sulla banchina. Ai vivi venne ordinato di trascinare fuori i
cadaveri, che furono ammassati gli uni sopra gli altri accanto
ai binari, come ceppi per il fuoco. Decine di cittadini filippini li
stavano aspettando con cibo e acqua, ma le guardie intimarono
di restare indietro. I soldati furono fatti marciare per un centinaio
di metri e radunati in un campo per un'altra ora di trattamento
del sole. Il suolo era incandescente.
Avevano saputo che la loro destinazione era il campo di prigionia
Donnell, dov'erano certi di trovare condizioni migliori.
Quando cominciarono l'ultima decina di chilometri di marcia
fu ovvio che molti non ce l'avrebbero fatta. Pete si aspettava l'esecuzione
di massa dei pi deboli, ma le guardie avevano cambiato
strategia e consentivano a quelli pi in forze di assistere
gli altri. Tuttavia quelli in grado di prestare soccorso erano pochissimi,
e gi al primo chilometro gli uomini cominciarono a
cadere. Ormai gli autoctoni avevano visto centinaia di prigionieri,
e nascondevano lattine d'acqua e manghi lungo il tragitto
sterrato. Le guardie calpestavano e gettavano via tutto il possibile,
ma di tanto in tanto accadeva un miracolo. Pete trov una
lattina di acqua pulita e la trangugi senza essere visto: sapeva
di dovere la vita alla gentilezza di qualche filippino sconosciuto.
Quando il soldato davanti a lui croll, Pete tir su il suo
corpo scheletrico, gli mise un braccio intorno alla spalla, gli disse
che ce l'aveva fatta fino a quel momento e che non sarebbe
morto proprio allora, e lo sorresse per i restanti nove chilometri.
Quando videro per la prima volta il campo Donnell si trovavano
in cima ad una collina. Davanti a loro si estendeva un complesso
minaccioso e irregolare di edifici circondati da chilometri
di scintillante filo spinato. Le torrette delle guardie svettavano
con aria sinistra, sfoggiando orgogliose la bandiera giapponese.
Pete avrebbe sempre ricordato quel momento. Ben presto si
sarebbe reso conto che se avesse saputo quali orrori lo aspettavano
al campo Donnell sarebbe scappato subito, e avrebbe
corso come un pazzo finch un proiettile non lo avesse fermato.
...
27.

Prima della guerra, il campo Donnell era stato usato come base
temporanea da una divisione di circa ventimila uomini dell'esercito
filippino. Con poche migliorie, i giapponesi lo avevano
convertito nel loro pi grande campo di prigionia. Copriva seicento
acri di risaie e boscaglia, ed era diviso in diverse zone recintate
grandi e quadrate, a loro volta occupate da file di caserme
ed edifici, alcuni in rovina, altri incompleti. Dopo la caduta di
Bataan, nel vecchio forte furono ammassati circa sessantamila
prigionieri, diecimila dei quali americani. L'acqua scarseggiava,
come le latrine, i medicinali, i letti d'ospedale, i fornelli e i viveri.
Pete e gli altri sopravvissuti entrarono arrancando dal cancello
orientale, insieme a centinaia di prigionieri catturati su tutte
le isole. Li accoglievano guardie in camicia bianca immacolata,
munite di manganelli che sembravano progettati con l'unico
scopo di picchiare uomini disarmati e sconfitti. Impazienti
di far capire ai nuovi arrivati quant'erano duri, i guardiani
cominciarono a tirare cazzotti a caso mentre sbraitavano ordini
in un pidgin English che nessuno capiva. Quant'era inutile:
a quel punto, dopo tutta la violenza a cui avevano assistito, i
prigionieri non si impressionavano pi davanti a nulla, e non
avevano un briciolo di forza n di volont di resistere. Furono
radunati a spintoni in una grande piazza d'armi, con l'ordine
di stare sull'attenti in file perfette. Mentre aspettavano l'arrivo
dei loro compagni, cuocevano al sole. Li perquisirono di nuovo,
come se durante il tragitto avessero potuto racimolare chiss
quali oggetti di valore.
Dopo un'ora si scaten un viavai di fronte all'edificio che faceva
da quartier generale del comandante del campo. Il grand'uomo
usc impettito ad accoglierli con una divisa stramba,
pantaloni larghi e stivali da equitazione fino al ginocchio. Era una
specie di nanerottolo buffo che si dava un sacco di arie.
Cominci a ruggire e tuonare ordini mentre uno sventurato
interprete filippino cercava di non perdere il filo. Il comandante
esord dicendo che loro non erano prigionieri di guerra degni
d'onore ma codardi, bestie da tenere in gabbia. Si erano arresi,
e ci era un'onta imperdonabile. E poich erano codardi
non li avrebbe trattati come soldati. Disse che avrebbe voluto
ucciderli tutti ma che rispettava il codice del vero guerriero, e il
vero guerriero  misericordioso. Tuttavia, se avessero infranto
una qualsiasi delle regole del campo sarebbe stato lieto di giustiziarli.
Poi si lanci in una chiassosa e vacua tirata sulla razza
e sulla politica in cui ovviamente dichiarava i giapponesi superiori
perch avevano vinto la guerra e sconfitto l'America, il
loro eterno nemico, e via dicendo. A volte l'interprete non riusciva
a stargli dietro e si inventava le cose, mentre il comandante
aspettava che le sue brillanti parole fossero tradotte in inglese.
Conciati com'erano, i soldati gli prestarono poca o nessuna
attenzione. Quanto alle minacce, si domandarono cos'altro potessero
infliggere loro i giapponesi, a parte magari una rapida
decapitazione.
Il comandante blater finch non si stanc, poi si volt di
scatto e se ne and a passo di marcia seguito dai suoi leccapiedi.
I prigionieri furono congedati e divisi per nazionalit; c'era
un campo per i filippini e uno per gli americani.
Il generale statunitense Ned King, nominato dal comandante
capo dei prigionieri, aspettava i suoi uomini davanti a un altro
cancello. Strinse loro la mano, li accolse e quando gli furono
attorno parl. Ricordate: non siete stati voi ad arrendervi,
sono stato io, io a farvi arrendere. La responsabilit  soltanto
mia. Lasciate che me la prenda. Vi chiedo soltanto di obbedire
agli ordini dei giapponesi, per non sfidare il nemico pi di
quanto abbiamo gi fatto.
I nuovi arrivati furono affidati ai loro ufficiali per cominciare
a orientarsi e discutere le regole. Il 26 Cavalleria si era sparpagliato
e c'era confusione su chi lo aveva comandato per ultimo.
Pete fu assegnato a un gruppo del 31 Fanteria e portato
alla sua nuova casa. Era una catapecchia larga quattro metri e
lunga sei, con un tetto di bamb mezzo strappato, forse da una
tempesta. Gli occupanti erano esposti al sole ed alla pioggia. Non
c'erano brande o materassi, ma soltanto due lunghi tappeti di
canne di bamb legati insieme con il rattan. I prigionieri, trenta
in totale, dormivano l sopra, quasi tutti senza coperte. Quando
Pete chiese a un sergente che cosa succedeva quando pioveva,
quello gli rispose che gli uomini si riparavano sotto il bamb.
Il campo aveva un solo pozzo artesiano, che grazie a un tubo
largo poco pi di un centimetro portava l'acqua ad entrambe le
sezioni, filippina e americana. La pompa funzionava, ma a volte
il suo motore a benzina scoppiettava e si spegneva. E, siccome
c'era sempre penuria di carburante, i giapponesi preferivano
lasciare il serbatoio a secco.
Come tutti, Pete aveva un disperato bisogno di acqua, e a un
certo punto trov la coda per bere, un lungo e triste assembramento.
And a vedere dove finiva e pass davanti a centinaia
di uomini, tutti con lo stesso sguardo assente e sconfitto. Nella
lunghissima attesa nessuno parlava. La coda quasi non avanzava.
Per riempire la borraccia gli ci vollero sette ore.
La sera i prigionieri venivano fatti sedere in fila per la cena,
una cucchiaiata di riso. Non c'erano carne, n pane o frutta.
Dopo aver mangiato, tutti tornavano ai dormitori, privi di illuminazione.
Non restava altro da fare che affrontare l'avventura
notturna del sonno. Per Pete stare comodo sul bamb era
impossibile; alla fine trov in un angolo un mucchio di erbacce
e ci si raggomitol sopra.
Aveva la bocca asciutta e appiccicosa, bramava un po' d'acqua.
La fame era una sofferenza, ma la sete faceva impazzire.
L'acqua bastava a malapena per cucinare e far funzionare l'ospedale,
per il resto non ne avanzava un goccio. La pelle di Pete
era sporca e scabra per la mancanza di acqua e sapone. Non faceva
un bagno da settimane, non si radeva da prima della resa
di Bataan. I suoi vestiti erano stracci e non si potevano lavare.
Aveva gettato via da giorni il suo unico paio di mutande. Non
ricordava pi l'ultima volta che si era lavato i denti e le gengive,
sofferenti per quella dieta orribile. Puzzava di fogna e lo sapeva,
perch era la stessa puzza emanata dagli altri prigionieri.
Durante la prima notte al campo Donnell, un tuono secco
e improvviso svegli i prigionieri. Stava per scoppiare un temporale.
Quando cominci a piovere, migliaia di uomini arrancarono
all'aperto e guardarono il cielo. Aprirono la bocca, allargarono
le braccia, si lasciarono investire dagli scrosci d'acqua
fresca. Era deliziosa e preziosa, e non c'era modo di raccoglierla.
Piovve a lungo, i sentieri si trasformarono in fossi fangosi,
ma i prigionieri stettero sotto il temporale fino alla fine a gustarsi
l'acqua, felici di potersi dare una pulita.
All'alba, facendosi strada nel fango, Pete raggiunse l'ospedale.
Gli avevano consigliato di andarci presto. Era un posto deprimente,
pieno di uomini nudi e moribondi, accasciati a terra
in mezzo ai loro escrementi, in attesa d'aiuto. Un dottore gli
controll la ferita sulla nuca e pens di poter intervenire. Per
fortuna non si era infettata. Con una cesoia elettrica lo rap a
zero, e gi che c'era gli fece anche la barba. Pete si sent pi leggero
e fresco. Il dottore non aveva nulla con cui anestetizzarlo,
e lui strinse i denti mentre quello gli chiudeva la ferita con sei
punti di sutura. Il medico era contento di aver curato almeno
un paziente: nella maggior parte dei casi non poteva fare praticamente
nulla. Diede a Pete qualche antibiotico e gli augur
buona fortuna. Lui lo ringrazi e torn alla svelta al dormitorio,
affamato.
Per colazione, cos come a pranzo e a cena, c'era riso sporco,
spesso infestato da insetti e muffa, ma non importava, perch
uno che sta morendo di fame mangerebbe qualsiasi cosa. Il riso
era cotto al vapore, in umido e bollito, e allungato il pi possibile.
A volte apparivano tracce di carne di bue o bufalo, ma le
porzioni erano troppo minuscole per sentirne il sapore. Di tanto
in tanto i cuochi aggiungevano verdure bollite, se le trovavano,
ma non sapevano di niente. Frutta non ce n'era mai. Per
placare la fame tra un pasto e l'altro i prigionieri mangiavano
foglie ed erba, e finirono per spogliare il campo di tutta la vegetazione.
E quando non ci fu pi nulla da consumare, crollarono
all'ombra e parlarono di cibo.
Stavano morendo di fame. In media assumevano millecinquecento
calorie al giorno, la met del necessario. Sommata al
fatto che venivano da quattro mesi di penuria a Bataan, la dieta
del campo di prigionia era - volontariamente - letale.
Oltre che di acqua, le Filippine erano ricche di cibo.
La sua mancanza non faceva che peggiorare le malattie. Non
c'era prigioniero che non soffrisse di malaria, dengue, scorbuto,
beriberi, itterizia, difterite, polmonite, dissenteria. Quest'ultima
aveva contagiato mezzo contingente gi prima che i soldati
arrivassero al campo. Gli ufficiali avevano organizzato squadre
per scavare nuove latrine, che in poco tempo strariparono.
Qualcuno era cos debilitato dalla diarrea violenta che non riusciva
a camminare e se la faceva addosso da sdraiato. Qualcuno
ne moriva. Senza medicine e con un'alimentazione penosa,
in poco tempo scoppi un'epidemia che trasform la prigione
in un'enorme fogna a cielo aperto.
Da Natale Pete aveva patito due attacchi leggeri di dissenteria,
ma era riuscito a farsi dare dei farmaci dai dottori. Al secondo
giorno di prigionia si sentiva stanco e senza fiato. Erano
i primi segnali di pericolo, e come tutti i prigionieri pass
qualche ora a cercare di capire quale malattia l'avesse infettato.
I crampi allo stomaco gli fecero sospettare che si trattasse di
dissenteria. A met del primo attacco di diarrea con sangue ne
fu certo. I primi giorni erano i pi duri.
Aveva fatto amicizia con Clay Wampler, un mandriano del
Colorado che era stato mitragliere nel 31. Era vicino di dormitorio
di Pete e gli aveva dato il benvenuto nella sua misera
nuova casa. Con l'aiuto di Clay and in ospedale. Clay era
un infermiere attento, e scherzando diceva che cos, quando la
stramaledetta malattia avesse beccato anche lui, Pete sarebbe
stato in debito di attenzioni. Il terzo giorno, Pete si rese conto
che l'attacco non era pesante come temeva. La dissenteria ne
aveva gi ammazzati tanti. Altri avevano sopportato crampi e
diarrea per una settimana, e poi erano guariti.
Quella notte si svegli fradicio e scosso da violenti brividi. Li
riconobbe subito, erano i sintomi della malaria.
I sopravvissuti del 26 Cavalleria alloggiavano nel settore
nordest, lontano da Pete. Quando il reggimento si era ritirato
a Bataan era ancora intatto e operativo, con quarantuno ufficiali
americani e circa quattrocento scout. All'inizio dell'assedio,
per, la cavalleria si era dimostrata inefficace nell'infida
giungla della penisola, e quando ai nemici si era aggiunta la
fame ne avevano fatto le spese i cavalli. Il 9 aprile, il giorno
della resa, il 26 aveva perso quattordici ufficiali e circa duecento
scout. Al campo Donnell erano arrivati trentasei americani,
compresi Sal Moreno ed Ewing Kane. Sei dispersi, tra i
quali Pete Banning, erano dati per morti. Altri erano scampati
alla cattura; tra loro il tenente Edwin Ramsey, che aveva guidato
la carica a Morong. Ramsey era a piede libero e stava salendo
in montagna ad organizzare una milizia di guerriglieri.
A capo del 26 c'era il maggiore Robert Trumpett del Maryland,
diplomato a West Point. Era arrivato al campo due giorni prima
di Pete e stava riorganizzando i suoi uomini per garantirne la
sopravvivenza. Anche loro erano vittime della fame, della disidratazione,
della stanchezza, delle ferite e delle febbri, soprattutto
dengue e malaria. Erano sopravvissuti alla marcia della
morte e capirono subito di dover sopravvivere anche al campo
di prigionia. Trumpett stil l'elenco dei sei uomini morti in
combattimento o durante la marcia e riusc a consegnarlo a un
assistente del generale Ned King, che era intenzionato a informare
tutte le famiglie dei caduti.
Dei sei, quattro erano morti in azione, due avevano anche ricevuto
sepoltura. Pete e un altro tenente erano morti in marcia,
e rintracciarli sarebbe stato impossibile.
Il generale King chiese al comandante del campo di comunicare
i nomi delle vittime e dei prigionieri a uno staff amministrativo
americano che lavorava a Manila, agli arresti domiciliari.
All'inizio il comandante si rifiut, ma i suoi superiori
lo costrinsero a cambiare idea. I giapponesi erano orgogliosi
di aver ucciso cos tanti americani, e volevano che si sapesse.
L'ospedale era una schiera di precarie capanne di bamb su
palafitte. C'erano cinque corsie lunghe e senza letti, coperte
o lenzuola. I pazienti stavano a terra, spalla a spalla, alcuni in
agonia, altri in coma, altri gi morti. In condizioni normali, la
struttura poteva accogliere e curare duecento persone alla volta.
A fine primavera ce n'erano oltre ottocento, in attesa di medicine
che non sarebbero mai arrivate. La maggior parte era destinata
a morire.
Poco tempo dopo l'ondata dei prigionieri di Bataan, l'ospedale
divent pi un obitorio che un luogo di cura. I dottori
e gli assistenti, a loro volta quasi tutti ammalati, erano a corto
dei medicinali pi basilari, come il chinino per la malaria,
i rimedi per la dissenteria o la vitamina C per lo scorbuto. La
maggior parte delle scorte di bende, fasce, disinfettanti, aspirina
e via dicendo veniva procurata di contrabbando da dottori
di altri ospedali. I giapponesi non li rifornivano pressoch
di nulla.
I medici erano costretti a centellinare le medicine ed a darle
soltanto ai malati che sembravano meno gravi. Somministrare
un farmaco a un caso disperato equivaleva a sprecarlo. Con
l'assottigliarsi delle scorte, i dottori si ridussero a estrarre a sorte:
chi vinceva aveva diritto alle cure.
Clay trascin un'altra volta Pete in ospedale e riusc a mettere
un medico alle strette. Gli spieg che il suo amico aveva la
malaria, oltre alla dissenteria, e si stava spegnendo in fretta. Il
dottore si scus e rispose che non aveva niente da dargli. Clay
aveva sentito dire - e, nell'indolenza generale, le voci giravano
senza sosta - che esisteva un mercato nero per i medicinali
pi comuni. Ne parl con il dottore, che rispose di non saperne
nulla ma, un momento prima che uscissero, bisbigli: Dietro
il reparto quattro.
Dietro il reparto quattro, all'ombra di un albero, stava seduto
un americano paffuto con un mazzo di carte. Faceva un solitario
su un tavolo di fortuna. Il fatto che non fosse deperito
dimostrava che stava imbrogliando il sistema. Quando si erano
arresi, Pete aveva notato certi prigionieri americani in carne.
Erano quasi tutti pi vecchi di lui e lavoravano nei meandri
della ramificata burocrazia dell'esercito. Costretti a marciare,
molti di loro erano caduti in fretta.
Quel tizio non aveva fatto nessuna marcia. N aveva saltato
molti pasti. Era di corporatura massiccia, muscoloso, con il
collo tozzo. E aveva un ghigno che a Clay diede subito sui nervi.
Si serv una mano di carte, guard di sbieco Clay e chiese:
Serve qualcosa?.
Lui lasci andare Pete, che riusc a stare in piedi da solo, e
consider la situazione. Non gli interessava nulla dello sconosciuto:
lo faceva solo infuriare. Clay rispose: S, al mio amico
qui servirebbero chinino e calmanti. Ci hanno detto che ne hai.
Sul tavolo, vicino al mazzo di carte, c'erano quattro flaconcini
di pastiglie. Il trafficante li indic con un'occhiata e disse:
Qualcosa mi  rimasto. Un dollaro l'uno.
Clay scatt ringhiando: Vampiro, pezzo di merda!, e diede
un calcio al tavolino mandando all'aria carte e flaconi. Il trafficante
si alz, esclam: Ma che diavolo..., e sferr un pugno a
Clay, che si abbass e con un montante destro centr i testicoli
dell'avversario, gettandolo a terra. Lo prese a calci in faccia con
cattiveria, si inginocchi e gli diede una scarica di pugni,
accecato da una rabbia pi forte della stanchezza, della fame, della
disidratazione e di qualunque altra cosa. Finalmente, dopo mesi
di frustrazione davanti a un nemico che avrebbe voluto combattere
ed uccidere, Clay poteva ribellarsi e vendicarsi su qualcuno.
Dopo una decina di colpi in faccia si ferm e si alz lentamente.
Vile figlio di troia. Spillare soldi a gente che muore.
Fai pi schifo dei giapponesi.
Il trafficante non era al tappeto. Riusc a mettersi carponi, di
sicuro pi dolorante all'inguine che in faccia, e con molta fatica
si rialz. Nel frattempo, si era radunato un po' di pubblico:
niente di pi divertente di una bella scazzottata, soprattutto
perch i prigionieri abbastanza forti da cominciarne o finirne
una erano pochissimi.
Il trafficante di medicinali sanguinava dal naso, dalla bocca e
da un taglio sopra l'occhio destro, e avrebbe fatto meglio a restare
a terra. Zoppicando per via del male alle palle, and verso
Clay ringhiando: Figlio di troia.
Non fece in tempo a dirlo che fu zittito da un pugno cos veloce
da sembrare invisibile. Con una perfetta combinazione
destro-sinistro Clay lo fer ancora di pi. Come pugile il trafficante
non era granch e non doveva mai essersela vista con un cowboy:
faceva una fatica immane per mettere a segno un pugno.
Clay gli girava intorno, lo martellava immaginando che fosse
un giapponese. Un forte destro al mento atterr di nuovo il trafficante,
che cadde sull'asse che aveva usato come tavolo. Clay
la prese e la us per picchiare l'avversario ormai inerme. Il rumore
del legno contro il cranio era nauseante, ma Clay non riusciva
a fermarsi. Con tutti i morti che aveva visto, per lui la vita
valeva ben poco, e a chi diavolo sarebbe importato se avesse
ucciso un uomo che considerava pi abietto di un giapponese?
Gli si avvicin una guardia che gli tocc una spalla con la
baionetta. Clay smise di picchiare, si volt a guardare e di colpo
si sent esausto.
La guardia sorrise. Avanti. Picchia ancora disse.
Clay fiss la faccia malconcia del trafficante. Guard Pete,
che sotto l'albero faceva no con la testa. Guard i magrissimi
spettatori che erano accorsi.
Guard il giapponese e disse: No. Ho finito.
La guardia alz la baionetta, tocc il petto di Clay, indic con
un cenno il suo rivale a terra. Uccidilo.
Clay, impassibile, rispose: No. Non sono come voi.
Fece un passo indietro, pronto alla terribile ritorsione della
guardia, che tuttavia abbass il fucile e lo osserv mentre andava
a riprendere Pete. Il pubblico si disperse un po' alla volta,
il trafficante torn in s e cominci a rialzarsi.
Pete aveva trovato un nuovo migliore amico. Un'ora dopo
erano dietro i dormitori a proteggersi dal sole. All'interno, gli
odori erano cos forti che cercavano di evitarli. Pete sedeva sotto
un albero, vicino a Clay. Chiacchieravano con gli altri, ammazzavano
il tempo. Arriv la guardia di poco prima. Chiam Clay,
che si alz e fece un inchino, pronto al peggio. Invece la guardia
prese dalla tasca un flacone e glielo diede; indic Pete e disse:
Per il tuo amico. Poi fece un perfetto dietrofront e se ne and.
Erano pastiglie di chinino, un salvavita per Pete e qualche
altro suo compagno.
...
28.

Come da rituale, alle sei del pomeriggio Nineva pos la cena
sulla stufa e torn a casa sua. Liza la guardava da una finestra
della camera da letto, ancora una volta contenta che se ne fosse
andata lasciando in pace lei e la famiglia. In nove anni le due
donne avevano imparato a convivere, spesso gomito a gomito
mentre mettevano sotto conserva frutta e verdura dell'orto
e parlavano dei ragazzi. In assenza di Pete si sostenevano a vicenda,
e ognuna cercava di mostrarsi pi forte dell'altra.
Davanti ai ragazzi erano stoiche e fiduciose che gli Alleati avrebbero
vinto la guerra e sarebbero tornati presto a casa. Piangevano
molto, ma sempre in privato.
Marted 19 maggio, a cena, si parlava dell'estate. Le vacanze
cominciavano il giorno dopo, Joel e Stella non vedevano l'ora
di godersi quei tre mesi. Lui aveva sedici anni, il pi giovane
della sua classe, e stava per andare in quarta superiore. Lei
quindici, e la aspettava la seconda. Avrebbero voluto fare un
viaggio, magari a New Orleans o in Florida, ma in verit non
si potevano fare progetti definiti. Non avevano notizie di Pete
da quattro mesi, e l'incertezza dominava la loro vita.
Fuori dalla finestra della cucina Mack cominci ad abbaiare
quando un fascio di luce invest la casa. Erano i fari di un'auto
che parcheggi l davanti. I Banning, che non aspettavano visite,
si scambiarono sguardi timorosi. Liza si alz di scatto. C'
qualcuno. Vado a vedere disse.
Alla porta c'erano due uomini in divisa militare. Un momento
dopo si accomodarono in soggiorno, davanti alla famiglia sul
divano. Liza, seduta tra Jol e Stella, teneva i figli per mano.
Stella era gi in lacrime.
Il capitano Malone parl in tono solenne. Purtroppo ho cattive
notizie, e mi dispiace. Il tenente Banning risulta disperso,
si presume sia morto. Non lo sappiamo con certezza, perch la
sua unit non  stata in grado di rintracciare il cadavere. Ma,
date le circostanze, i suoi compagni sono ragionevolmente certi
che sia caduto. Mi dispiace tanto.
Stella croll, affondando la testa nel grembo della madre.
Liza strinse forte lei e Joel, tra singhiozzi e lacrime, davanti ai
due ufficiali imbarazzati. Non avrebbero mai voluto dare una
simile notizia, ma gli ordini erano chiari e li costringevano quasi
tutti i giorni a visite tremende come quella.
A denti stretti, Liza domand: Cosa vuol dire esattamente
che "si presume sia morto"?.
Che non abbiamo trovato il cadavere disse il capitano
Malone.
Quindi  possibile che sia vivo? chiese Joel asciugandosi
le guance.
S, una possibilit c' ma, come dicevo, date le circostanze i
compagni del tenente Banning sono ragionevolmente certi che
sia stato ucciso.
Potete dirci come? domand Liza.
Abbiamo solo dettagli vaghi e non so quanto affidabili, signora.
Il tenente Banning  stato catturato quando le forze alleate
si sono arrese ai giapponesi nelle Filippine.  successo il
mese scorso, il 9 e 10 aprile. Mentre marciava verso un campo
di prigionia  rimasto ferito e ha perso contatto con il resto del
suo gruppo. Poi i soldati giapponesi l'hanno ucciso.
In quel momento non importava com'era morto. Lo shock
confondeva i dettagli. L'orribile verit era che non avrebbero
mai pi visto Pete Banning. Un marito, padre, patriarca, amico,
capo, fratello, vicino di casa e illustre cittadino era morto.
In tanti avrebbero condiviso il loro dolore. Piansero a lungo e
gli ufficiali, quando non ebbero pi niente da dire, si alzarono,
porsero un'altra volta le condoglianze ed andarono via.
Liza avrebbe voluto soltanto chiudersi in camera, nascondersi
sotto le coperte e piangere fino a dormire, ma non poteva essere
cos egoista. I suoi due splendidi figli avevano pi che mai
bisogno di lei: anzich crollare in un mare di lacrime raddrizz
la schiena e fece il primo passo.
Joel, prendi il pick-up e va' da Florry. Portala qui. Sulla strada,
frmati a informare Nineva. Di' a Jupe di prendere un cavallo
e dare la notizia al resto dei neri.
La notizia si diffuse in fretta e nel giro di un'ora lo spiazzo
davanti a casa si riemp di auto e furgoni. Liza avrebbe preferito
passare la prima sera di lutto in tranquillit, sola con i ragazzi
e Florry, ma nel Sud rurale le usanze erano diverse. Dexter
e Jackie Bell arrivarono con la prima ondata e passarono qualche
momento da soli con i Banning. Lui lesse le Scritture e recit
una preghiera. Liza chiar che la famiglia non era pronta ad
affrontare l'orda di benintenzionati venuti a piangere con lei;
si rifugi nella sua stanza mentre Dexter invitava i presenti a
tornare un altro giorno. Alle dieci ne stavano ancora arrivando.
A Clanton non si spettegolava d'altro. Alle otto del mattino
dopo, Dexter apr il santuario della chiesa metodista affinch
gli amici e i conoscenti di Pete potessero passare a dire una preghiera.
Nelle prime ore della tragedia si parl molto del fatto
che era disperso e non ufficialmente morto. Perci restava una
speranza, e la speranza dava ad amici e vicini la forza di intensificare
le preghiere.
A mattina inoltrata, Dexter e Jackie tornarono a casa ad assistere
Liza e i ragazzi, che ancora non erano dell'umore giusto
per accogliere nessuno. Il pastore riusc di nuovo a rimandare
a casa i visitatori. Arrivavano a gruppi e portavano torte dolci
e salate o sformati che nessuno voleva, ma la tradizione era la
tradizione. Dopo qualche parola con Dexter, e dopo aver capito
che non sarebbero riusciti ad abbracciare Liza e a piangere
con lei, se ne andavano in silenzio.
Liza decise di non celebrare funzioni religiose. C'era ancora
una possibilit che suo marito fosse vivo: lei e i suoi figli dovevano
concentrarsi su questo e ignorare le cattive notizie, o almeno
provarci. Con il passare dei giorni, Liza cominci a vedere
qualche amica, e cos anche Joel e Stella. Lo shock iniziale si
esaur a poco a poco, ma il dolore che bruciava e annebbiava no.
Per mantenere la normalit serviva la routine. La famiglia faceva
colazione e cenava insieme, spesso anche con Nineva. Ogni
giorno verso le dieci arrivava Dexter Bell a leggere le Scritture,
dare un po' di conforto e una preghiera amorevole. A volte lo
accompagnava Jackie, ma di solito no.
Due settimane dopo la notizia, Florry part per un week-end
lungo a Memphis insieme a Joel e Stella. Liza insistette perch
li portasse un po' lontano dal clima tetro di casa, a divertirsi. A
Memphis, Florry aveva amici eccentrici che avrebbero fatto ridere
chiunque. Lei e i ragazzi presero una stanza al Peabody.
Joel dormiva poco lontano da dov'era stato concepito, ma non
l'avrebbe mai saputo.
Dexter Bell, intanto, continuava a tornare ogni giorno da Liza
a pregare. Si tratteneva insieme a lei in soggiorno a chiacchierare.
Dalla cucina, Nineva ascoltava ogni parola.

Un farmaco del mercato nero funzion e allevi il terzo attacco
di dissenteria di Pete, ma senza curarla del tutto. Anche la malaria
non guariva. Lui riusciva a sopportarla, ma a volte i brividi
e la febbre gli scatenavano le convulsioni. Aveva anche le
allucinazioni, credeva di essere a casa.
All'ombra dei dormitori, lui e Clay guardavano passare la
sfilata dei cadaveri che andavano al cimitero in fondo alla strada.
A fine aprile morivano venticinque americani al giorno. A
maggio cinquanta. A giugno, cento.
La morte era ovunque: nei cadaveri ammucchiati a caso. Nei
pensieri dei prigionieri che la guardavano in faccia ogni giorno,
a mano a mano che la fame e le privazioni, per non parlare
delle epidemie ormai inarrestabili, li portavano al collasso e
a un'orribile fine.
Pete vedeva i suoi compagni arrendersi e morire, e fu tentato
di imitarli. Tanto ormai l'esistenza di tutti era appesa ad un filo,
e soltanto chi aveva una volont di ferro riusciva a sopravvivere.
Arrendersi era indolore, vivere significava svegliarsi ogni
giorno all'inferno. Qualcuno era deciso ad aggrapparsi alla speranza
e a superare qualunque ostacolo gli mettessero davanti
i nemici; altri cedevano alle sofferenze e chiudevano gli occhi.
Pete sopravviveva pensando a sua moglie ed ai suoi figli, alla
sua fattoria e alla lunga e ricca storia della sua famiglia nella
contea di Ford. Rievocava le storie di vecchie guerre, battaglie
e faide che aveva sentito da bambino, racconti coloriti tramandati
di generazione in generazione. Pensava a Liza e al periodo
meraviglioso del Peabody in cui passavano le notti insieme,
come nessuna coppia rispettabile avrebbe mai osato tare negli
anni Venti. Pensava al suo corpo e al suo costante desiderio di
piacere. Ricordava le battute di caccia e di pesca insieme a Joel
nei boschi della tenuta, quando portavano a casa cervi, tacchini,
conigli e abramidi che pulivano nel fienile e davano a Nineva
perch li cucinasse. Ricordava Stella da bambina, con quegli
occhi bellissimi, rannicchiata sul divano mentre lui le leggeva
le fiabe della buonanotte. Gli mancava il calore della sua pelle
morbida. Voleva vedere i suoi figli laurearsi e sposarsi.
Pete aveva deciso di non morire di malattia o di fame. Era
un duro ragazzo di campagna, un uomo di West Point, un ufficiale
di cavalleria, e a casa lo aspettava una famiglia splendida.
Forse la sorte gli aveva dato una costituzione fisica e mentale
pi robusta degli altri. Era pi forte di loro, o almeno cos
si raccontava, e avrebbe voluto aiutarli. Ma non poteva farci
niente: stavano morendo tutti e lui doveva badare a se stesso.
Con il peggiorare della situazione nel campo, i prigionieri
parlavano sempre pi spesso di scappare. Erano almeno tenuti
a provarci, ma nelle loro condizioni sembrava impossibile.
Erano troppo deboli per correre, e c'erano giapponesi dappertutto.
Uscire con le squadre dei lavoratori era facile, sopravvivere
nella giungla decisamente no.
Per reprimere il desiderio di fuga, i giapponesi perfezionarono
regole semplici da capire ma di una brutalit estrema nella
loro applicazione. Prima di tutto, chi veniva sorpreso a scappare
era condannato a morire dissanguato dai colpi di frusta.
Un pomeriggio, per dimostrare come funzionava la regola, le
guardie radunarono migliaia di prigionieri vicino all'alloggio
del comandante.
Cinque americani avevano tentato di scappare ed erano stati
catturati. Adesso erano nudi, con le mani legate sopra la testa,
fissate a corde che giravano intorno a una sbarra e li tenevano
leggermente sollevati da terra. All'inizio sembrava che
volessero impiccarli. Erano tutti e cinque deperiti, con le costole
sporgenti. Un ufficiale armato di frusta si mise davanti
ai prigionieri con aria solenne e, anche se lo si era gi capito,
spieg tramite l'interprete cosa stava per succedere. Maneggiava
la frusta con aria esperta, e il primo colpo alla schiena di
un prigioniero lo fece urlare. Ogni sferzata si concludeva con
uno schiocco, e ben presto la schiena e il sedere dell'uomo
furono compltamente insanguinati. Quando la prima vittima
perse i sensi, l'ufficiale pass alla seconda. Le sevizie durarono
mezz'ora, sotto il sole cocente. Una volta che tutti e cinque
i prigionieri furono insanguinati e immobili, il comandante si
fece avanti e annunci una nuova regola: per ogni prigioniero
che riusciva a scappare, dieci suoi compagni sarebbero stati
frustati a morte.
Inutile dire che la dimostrazione scoraggi molti dei piani
di fuga in cantiere.
Clay conobbe uno scout filippino che faceva l'autista di camion
ed era riuscito a mettere in piedi un mercato nero nella sezione
americana del campo Donnell. Vendeva a prezzi onesti
scatolette di salmone, sardine e tonno, oltre a burro d'arachidi,
frutta e biscotti.
Pete e Clay presero una decisione: con i soldi nascosti nella
borraccia di Pete avrebbero comprato tutti i viveri che potevano,
dividendoseli senza coinvolgere nessun altro per sopravvivere
il pi possibile. Dovevano essere molto cauti, perch nascondere
e mangiare i prodotti del mercato nero era difficile. Tutti
erano famelici e attenti a ogni movimento degli altri. Tenersi
tutto per s era da vili, ma col cavolo che sarebbero riusciti a
sfamare tutti e sessantamila i loro compagni. Nel primo carico
di Clay c'erano una scatoletta di salmone, quattro arance e due
biscotti al cocco, e per un dollaro e mezzo mangiarono da re.
Il piano era di sfruttare i soldi finch c'erano; poi si sarebbero
inventati qualcos'altro. Rinvigorito dai pasti segreti, Pete cominci
a perlustrare il campo di prigionia in cerca dei suoi vecchi
commilitoni del 26.
I giapponesi entravano raramente nel campo ed erano poco interessati
a quello che vi succedeva. Sapevano che le condizioni
di vita erano sempre pi disumane, ma cercavano di ignorarlo.
Fintanto che i prigionieri non scappavano e lavoravano dove
gli veniva ordinato, ai loro aguzzini stava bene cos.
Tuttavia i mucchi di cadaveri non si potevano ignorare. Il comandante
ordin di bruciarli, ma il generale King lo implor
di concedere loro una pi rispettosa sepoltura. Gli americani,
a differenza dei giapponesi, non credevano nella cremazione.
Morivano cento prigionieri al giorno, e il generale King cominci
a organizzare la tumulazione. Gruppi di scavatori si
davano il cambio con le vanghe, altri trasportavano i corpi. La
maggior parte veniva dall'obitorio dell'ospedale, ma c'erano
salme in decomposizione un po' in tutto il campo.
Pete e Clay avevano imparato che i prigionieri attivi sopravvivevano
pi a lungo di chi si lasciava andare all'indolenza, e si
offrirono volontari per scavare. Uscivano dal dormitorio dopo
colazione e raggiungevano il cimitero americano appena fuori
dal campo, a poco pi di settecento metri dall'ospedale.
Ricevevano gli attrezzi, vecchi badili e pezzi di metallo deformi
con i quali si riusciva a grattare una manciata di terra. Un ufficiale
americano usc dall'ultima fossa comune approntata: larga
un metro e ottanta, lunga sei, profonda uno e venti. Gli scavatori
si misero all'opera. Erano decine, e dovevano sbrigarsi
perch i corpi avevano cominciato a decomporsi.
Arrivavano dentro teli appesi a canne di bamb o su lettighe
ricavate da vecchie porte. I seppellitori usavano qualunque
cosa reggesse quegli scheletri di quaranta chili, molti dei quali
stavano andando in putrefazione per via del caldo. Emanavano
una puzza tremenda che pizzicava le narici.
Vicino a ogni fossa un ufficiale badava alle carte e registrava
il nome e la posizione esatta di ciascun soldato sepolto. Tuttavia,
alcuni caduti non avevano pi le medagliette di riconoscimento.
Ogni fossa ne conteneva venti o poco pi. Quand'era piena,
agli scavatori toccava il macabro compito di coprire i compagni.
Il cimitero era soprannominato "campo d'ossa", definizione
pi che azzeccata. Pete sarebbe riuscito a contare le costole di
quasi tutti i cadaveri che seppelliva, e non mancava mai di maledire
i giapponesi per ogni soldato da coprire.
Tutti i giorni si offriva volontario per scavare insieme a Clay:
gli serviva a non perdere l'umanit. Qualcuno doveva badare
che i soldati ricevessero una degna sepoltura o perlomeno la migliore
possibile in quelle circostanze. Se fosse mrto, Pete sapeva
che qualche anima pia gli avrebbe scavato una tomba vera.
Pi aumentavano i caduti, pi si doveva lavorare. Ed era
complicato, con quegli attrezzi orribili e sempre meno energie.
Il campo d'ossa si ingrand. Il flusso dei portatori di bare non
diminuiva.
Una fossa era piena e un ufficiale ordin di chiuderla. Pete,
Clay e altri quattro cominciarono a riempirla e a ricoprire i corpi
di terra. A un certo punto Pete rimase di sasso. Pochi metri
pi in basso riconobbe una faccia, nonostante gli occhi chiusi e
la folta barba nera. Chiese all'ufficiale come si chiamava il morto.
Salvatore Moreno, del 26 Cavalleria.
Pete, immobile, chiuse gli occhi. Tutto okay? gli domand
Clay. Pete si allontan di qualche passo. Si sedette ai piedi della
recinzione, si copr la faccia con le mani e pianse di rabbia.
...
29.

Dopo un po' si resero conto che scavare fosse comuni non era
stata una buona idea. I giapponesi li osservavano da lontano:
avevano bisogno di americani "in salute" che lavorassero come
schiavi nelle loro miniere di carbone. Pete e Clay furono selezionati
insieme a un migliaio di altri prigionieri. Il primo indizio
di un cambiamento arriv dopo colazione, un giorno di
fine giugno, quando una guardia ordin a cinque uomini del
loro dormitorio di seguirla. Sulla piazza d'armi si misero in fila
e sull'attenti, poi salirono su un convoglio di camion, dove ricevettero
una pallina di riso, una banana e una lattina d'acqua.
Pete e Clay intuirono che non si trattava di una normale missione
di lavoro, e quando si accorsero che il viaggio durava da
pi di un'ora divenne difficile contenere l'entusiasmo. Possibile
che stessero lasciando per sempre il campo Donnell? I
giapponesi spostavano i prigionieri di continuo, e qualsiasi cosa
sarebbe stata migliore del posto orribile in cui erano stati fino
a quel momento.
Ben presto si ritrovarono a percorrere le strade affollate di
Manila e a fare congetture sulla loro destinazione. Quando si
fermarono davanti al porto, i soldati non seppero cosa pensare.
Dovevano essere felici di aver lasciato il campo Donnell
o terrorizzati che li spedissero in Giappone? Nel giro di poco,
l'entusiasmo svan del tutto.
Li fecero radunare su un molo, dove rimasero in attesa. Arriv
un gruppo di prigionieri di un altro campo e si diffuse la
voce che la Croce Rossa aveva negoziato uno scambio di prigionieri;
forse li avrebbero portati in Australia, che voleva dire
libert. Ormai, per, Pete e i compagni del campo Donnell
non credevano pi a nulla. Mentre aspettavano, Pete guard
attentamente il vecchio mercantile arrugginito senza segni di
riconoscimento di alcun genere: niente nome, niente numero
identificativo, niente nazionalit.
Alla fine formarono una lunga fila e salirono lentamente sulla
passerella. Una volta a bordo oltrepassarono la paratia di prua
e arrivarono a un portellone aperto con una scaletta che conduceva
alla stiva. Le guardie erano nervose, ringhiavano ordini ai
prigionieri. Scendendo nella stiva, Pete fu investito da un odore
sgradevole, e quando fu dentro vide le facce sudate di centinaia
di prigionieri. Come seppe in sguito, circa milleduecento uomini
erano gi stati caricati da una prigione a nord di Manila.
Le guardie li avevano informati che erano diretti in Giappone,
dove avrebbero lavorato nelle miniere di carbone.
Nella stiva vennero stipati altri uomini e l'aria divenne irrespirabile.
Stavano schiacciati, non potevano sedersi, stendersi,
muoversi. Cominci a diffondersi il panico. Le guardie intanto
continuavano a spingere dentro prigionieri, colpendo i pi
riluttanti con il calcio dei fucili. La temperatura sfiorava i quaranta
gradi e alcuni persero i sensi, ma non c'era nemmeno lo
spazio per svenire. Nel giro di poco, qualcuno era gi morto.
L'imperatore Hirohito si era rifiutato di sottoscrivere la Convenzione
di Ginevra, e sin dalle prime fasi della guerra in Asia
il suo esercito aveva trattato i prigionieri catturati come schiavi.
Davanti alla grave penuria di forza lavoro, i giapponesi avevano
architettato il progetto ambizioso di trasferire in patria i nemici
rinchiusi nei campi di prigionia per farli lavorare nelle miniere
di carbone. Usavano ogni mercantile disponibile, vecchio
o nuovo, affidabile o meno. Tutte le navi venivano armate e stipate
di soldati diretti nelle Filippine, e tornavano cariche di ragazzi
americani moribondi e malati destinati ai campi di lavoro.
Durante la guerra furono condotti in Giappone 125000 prigionieri
alleati, 21000 dei quali morirono a bordo od affondarono
insieme alle navi. Il 6 agosto 1945 quattrocento detenuti americani
stavano ancora scavando in una miniera di carbone nei
pressi di Omine, ad appena ottanta chilometri da Hiroshima.
Quando esplose la prima bomba atomica, il suolo cominci a
sussultare ed a tremare, e i soldati si resero conto che si trattava
di qualcosa di ben diverso dai consueti bombardamenti quotidiani.
Pregarono intensamente che fosse l'inizio della fine.
Tra i tanti errori di valutazione giapponesi durante la guerra
ci fu la mancata costruzione di navi sufficienti a trasportare
truppe e provviste. A ci si aggiunse il mancato annientamento
della flotta di sottomarini americani a Pearl Harbor e altrove,
nelle prime fasi del conflitto. Nell'estate del 1942 i sottomarini
americani si aggiravano per il Pacifico del Sud come lupi solitari
che sbranavano i mercantili nipponici; in risposta, i giapponesi
stiparono le navi di altri soldati diretti a combattere e
di altri prigionieri americani destinati alle miniere. Le anonime
navi merci erano perennemente sovraccariche, lente, datate,
facili da intercettare.
Le chiamavano "navi infernali". Tra il gennaio del 1942 ed il
luglio del 1945 i giapponesi portarono centocinquantasei carichi
di prigionieri di guerra nei campi di lavoro della madrepatria,
e quei viaggi furono peggiori di qualsiasi abuso gi subto
dagli americani. Rinchiusi nella stiva senza cibo, acqua, luce,
servizi igienici e aria respirabile, gli uomini erano alla merc
dei malori, della follia, della morte.
E dei siluri. I vascelli del trasporto truppe giapponese erano
privi di insegne, e ci li trasformava in facili prede per i sottomarini
degli Alleati. I loro missili uccisero circa cinquemila prigionieri
americani rinchiusi nelle stive dei mercantili nipponici.
La nave di Pete lasci Manila sei ore dopo che lui fu salito a
bordo, e a quel punto gli uomini che lo circondavano gridavano
chiedendo che lasciassero entrare un po' d'aria. Le guardie,
pietose, aprirono gli obl e nella stiva si diffuse un alito di vento.
Un colonnello riusc a convincere una guardia che da morti
gli schiavi non sarebbero serviti a nulla. I portelloni vennero
spalancati e ai prigionieri fu concesso di uscire sul ponte, dove
almeno potevano respirare e guardare la luna. L'aria fresca era
inebriante. Nessuno accenn al fatto di nutrirli e dissetarli. Le
guardie li osservavano con i fucili spianati, pronte a sparare ai
disperati che avessero cercato di buttarsi in mare. Il suicidio
era un pensiero fisso, ma nessuno aveva abbastanza energia.
Pete e Clay passarono la notte sul ponte insieme a centinaia
di altri, sotto un cielo luminoso che a casa avrebbero ammirato
e che in quel momento non faceva che ricordare loro quanto
fossero lontani dalla libert.
Era chiaro che alle guardie era stato dato l'ordine di uccidere
solo se strettamente necessario. Il lavoro degli schiavi era
prezioso, e il fatto che i prigionieri morissero era inaccettabile.
All'alba i cadaveri vennero trascinati fuori dalla stiva, issati
lungo la scala e gettati in mare senza tante cerimonie. Pete
li guard colpire la superficie dell'acqua e galleggiare per un
istante prima di scomparire, e ogni volta il suo pensiero volava
alla madre ed al padre o alla giovane moglie che a casa, in
Oregon, Minnesota o in Florida, in quel momento pregavano
in attesa di una lettera. Quanto ci sarebbe voluto prima che
un uomo in divisa bussasse alla porta e mandasse in pezzi il
loro mondo?
Il sole era alto, sul ponte non c'era pi ombra; il caldo, la fame
e la sete generarono altre lamentele da parte dei prigionieri. Le
guardie tenevano il dito sul grilletto e rispondevano agli insulti
nella loro lingua. Con il trascorrere delle ore la tensione divenne
insostenibile. Alla fine un prigioniero corse verso il parapetto,
fece un tuffo di venticinque metri e fin in mare con un grosso
spruzzo d'acqua, seguito da una scarica di pallottole. I giapponesi
se la cavavano bene con spade e baionette, ma erano notoriamente
pessimi tiratori, e non fu possibile capire se avessero
colpito il fuggiasco. Tuttavia, la scarica prolungata che lo segu
fu sufficiente a scoraggiare qualsiasi altro tentativo.
Il tempo passava e gli uomini cuocevano; per sfuggire al sole
tornavano in stiva a cercare una tregua, ma l il fetore era insopportabile,
la maggior parte dei prigionieri soffriva ancora
di dissenteria, e le guardie diedero il permesso di issarsi con
delle funi oltre la poppa della nave e liberarsi delle scariche di
sangue e diarrea. Qualunque cosa pur di evitare che lo facessero
a bordo.
Nel tardo pomeriggio del secondo giorno arriv qualche nuvola
pietosa a schermare il sole. Ai prigionieri fu ordinato di
tornare in stiva, con la promessa che sarebbero stati sfamati a
breve. Indugiarono in lunghe file per evitare quella discesa all'inferno,
e per qualche motivo le guardie furono solidali e non li
spinsero gi. Arriv il buio, ma nessuno portava da mangiare.
A un tratto tra le guardie si diffuse il panico, alcune arrivavano
dalla prua correndo, terrorizzate da qualcosa di inspiegabile.
Il primo siluro colp la parte posteriore della nave, vicino alla
sala motori; il secondo esplose esattamente al centro. Le deflagrazioni
fecero tremare l'imbarcazione, e la sua struttura metallica
risuon e vibr forte. Era un vecchio mercantile che non
sarebbe durato ancora molto, e persino Pete, un soldato di cavalleria
cresciuto circondato dalla terra, sapeva che sarebbe affondato
in fretta. Si rannicchi sul ponte con Clay osservando
le guardie che, frenetiche, con un colpo secco chiudevano i portelloni
e seppellivano milleottocento americani nella stiva. Sul
ponte ne rimase circa un centinaio a cui nessuno badava pi.
La nave stava affondando. Ognuno pensava per s.
Un prigioniero pi coraggioso degli altri corse a un portellone
e cerc di aprirlo. Una guardia gli spar alla nuca e scalci
via il suo corpo. Alla faccia dell'eroismo.
Al terzo siluro, che li fece cadere per terra, scoppi il caos. Le
guardie sganciavano scialuppe e gettavano in mare giubbotti
di salvataggio. I prigionieri si lanciavano nell'oceano nero senza
idea di dove sarebbero atterrati. Correndo verso un parapetto,
Pete e Clay passarono accanto a una guardia che, alle prese
con un gommone, aveva posato il fucile. D'istinto Pete lo afferr,
spar in faccia al figlio di puttana, gett l'arma in acqua e si
lanci anche lui, ridendo.
L'atterraggio fu doloroso, ma l'acqua era tiepida. Clay cadde
vicino a lui e cominciarono a nuotare a cagnolino in cerca
di qualcosa a cui aggrapparsi. Il mare era nerissimo e ovunque
c'erano uomini che chiedevano aiuto, in inglese e giapponese.
La nave esplose, Pete sentiva le grida disperate di quelli intrappolati
dentro. Nuot per allontanarsi il pi possibile, finch gli
arti deboli e intorpiditi riuscirono a reggerlo. Per un attimo perse
di vista Clay, e lo chiam.
Quaggi! grid l'amico. Ho trovato una scialuppa.
Si arrampicarono su quella che sembrava una scialuppa da
sei, e appena ripresero fiato Clay osserv: Hai sparato a quel
figlio di puttana!.
Gi disse fiero Pete. Con il suo stesso fucile.
Sentirono parlare in giapponese e tacquero. Usando i piccoli
remi che trovarono in una tasca - insieme a un razzo di segnalazione,
ma senza alcuna traccia di cibo od acqua - vogarono furiosamente,
guardando la nave che si inclinava e cominciava
ad affondare. Le grida distanti erano uno strazio.
Remarono per dieci, quindici, venti minuti, e quando furono
sicuri di essere abbastanza lontani si fermarono a riprendere
fiato. A circa un chilometro da loro la nave si impenn violentemente
verso poppa e in una manciata di secondi cal a picco.
Chiudendo i portelloni, le guardie avevano ucciso altri milleottocento
ragazzi americani, malati e affamati.
Dall'oscurit del mare si lev una voce che non parlava inglese.
Pete e Clay si stesero nella scialuppa e rimasero in attesa.
Poco dopo udirono un colpo, e dall'acqua sbuc una testa.
Afferrarono la guardia e la issarono a bordo. Come la maggior
parte dei giapponesi, l'uomo era minuscolo, alto al massimo un
metro e sessanta per cinquanta chili, e senza spade o baionette
sembrava molto pi esile. Non aveva una borraccia n uno zaino,
perci era solo un inutile giapponese che fino a pochi minuti
prima aveva tormentato i prigionieri. Clay lo colp cos forte
che gli ruppe la mandibola. Fecero a turno per prenderlo a
pugni e strangolarlo, e quando smise di respirare lo gettarono
nell'oceano, dove avrebbe riposato per sempre insieme ai loro
fratelli che aveva appena ucciso.
Fu una bella sensazione. Disidratati e affamati, su una scialuppa
alla deriva, senza sapere dove sarebbero finiti, provarono
comunque una soddisfazione immensa. Finalmente avevano
potuto reagire, versare del sangue, uccidere il nemico, volgere
gli eventi in favore degli Alleati. Per la prima volta da settimane
erano liberi. Non c'erano guardie spietate con fucili o baionette
a sorvegliarli. Non stavano scavando fosse comuni. Non
erano circondati dai cadaveri.
Erano alla deriva sotto un cielo limpido e pieno di stelle, senza
sapere quale fosse la direzione da prendere. Perci ritirarono
i remi e riposarono sull'acqua calma. Il Mar Cinese meridionale
era un posto affollato, e l'indomani qualcuno li avrebbe trovati.
La prima nave era una fregata giapponese e, appena Pete riconobbe
la bandiera, lui e Clay scivolarono fuori dalla scialuppa
e vi si nascosero sotto. La nave non bad al gommone vuoto e
prosegu senza rallentare. Sembrava diretta verso il luogo del
naufragio, probabilmente in cerca di superstiti. Pete e Clay avevano
giurato di affogarsi piuttosto che farsi prendere di nuovo
dai giapponesi.
La seconda imbarcazione era una nave da pesca filippina
lunga dodici metri, pilotata da un certo Amato con i due figli,
tre delle persone pi gentili mai esistite. Quando si resero conto
che Pete e Clay erano americani li issarono a bordo, li avvolsero
in coperte e prima di tutto li fecero bere, poi offrirono loro
caff caldo, una prelibatezza che non assaggiavano da mesi.
Mentre Teofilo sgonfiava il gommone, Tomas stava al timone e
Amato tartassava gli americani di domande. Da dove venivano?
Dov'erano stati tenuti prigionieri? Per quanto tempo? Aveva
un cugino in California e adorava l'America. Suo fratello era
uno scout filippino che si nascondeva tra le montagne. Amato
odiava i giapponesi pi di Pete e Clay.
Dov'erano diretti? Non sapevano neanche dove si trovavano,
perci non avevano una destinazione. Amato li inform che erano
a una trentina di chilometri dalla costa. Raccont che una settimana
prima gli americani avevano silurato un'altra nave carica
dei loro stessi soldati. Perch lo facevano? Pete spieg che le
navi del trasporto truppe non avevano segni di riconoscimento.
Teofilo port scodelle di riso con il pandesal, il morbido pane
locale. Lo avevano gi assaggiato prima della guerra, senza trovarlo
un granch. In quel momento per era una manna dal cielo,
c'era persino un po' di burro. Amato li avvert di mangiare
lentamente, perch il loro corpo indebolito avrebbe potuto
affaticarsi troppo, e Teofilo mise a cuocere filetti di sgombro e
cefalone su una piccola griglia portatile a metano. Pete e Clay
sapevano mangiare lentamente. La fame era stata una costante
degli ultimi sei mesi, e da essa avevano imparato molto. Ma
lottarono comunque per combattere il desiderio di ingozzarsi.
Al primo morso di pesce tiepido, Pete quasi non mastic nemmeno,
e sorrise beato quando il boccone gli scese nello stomaco.
Amato aveva un contratto con l'esercito giapponese ed ogni
giorno doveva consegnare quello che aveva pescato, perci
era essenziale che si rimettessero al lavoro. Gettarono le lenze
e pescarono tonni a pinne gialle, salmoni e red snapper, mentre
Pete e Clay dormirono a lungo nella cabina. Quando si svegliarono
mangiarono altro riso con il pesce e bevvero litri d'acqua.
Pi tardi, mentre Tomas spazzava il ponte e metteva via
le canne da pesca, Amato apr un barattolo da marmellata con
dentro una bevanda alcolica a base di riso fermentato e la vers
nelle loro tazze vuote. Era amara e insapore, e Pete non l'avrebbe
mai ordinata al bar del Peabody, ma era forte, e gli and
dritto alla testa.
Alla seconda tazza, Pete e Clay avevano le vertigini. Erano liberi,
ben nutriti per la prima volta da Natale e si stavano sbronzando
allegramente con un liquore fatto in casa che diventava
pi buono a ogni sorso.
Amato abitava nel piccolo villaggio di pescatori di San Narciso,
sulla costa occidentale della penisola di Luzon. Via terra,
Manila distava quattro ore, o cinque o sei a seconda delle strade,
dei sentieri di montagna, dei ponti. Via mare distava tre ore,
e il percorso circumnavigava Bataan, l'ultimo posto al mondo
che volevano rivedere. Amato li avvert che Manila brulicava di
soldati, perci era meglio tenersi alla larga. Non avrebbe portato
la sua barca laggi.
Verso fine giornata, quando all'orizzonte apparve San Narciso,
Tomas ridusse al minimo la potenza del motore. Era il
momento di parlare di questioni serie. Al porto li aspettavano
i giapponesi in attesa del pesce, ma erano cuochi, non soldati,
perci non avrebbero perquisito la barca. Quella notte Pete
e Clay potevano dormire al sicuro, ma il giorno dopo se ne sarebbero
dovuti andare. Se i giapponesi li avessero visti, Amato
e i figli avrebbero perso la barca e probabilmente anche la testa.
La prima possibilit era scappare dalle Filippine, e Amato
aveva un amico a cui potevano rivolgersi. Ma fuggire comportava
un lungo viaggio in mare aperto su una barca malandata,
e Amato non era convinto. Da quando era iniziata la guerra
parecchi americani ci avevano provato; nessuno sapeva se
ci fossero riusciti. Oltretutto c'era la questione dei pagamenti, e
la maggior parte dei prigionieri non aveva un soldo. Pete conferm
che anche loro non potevano pagare.
La seconda possibilit era restare a combattere. Amato aveva
conoscenze che potevano accompagnarli in montagna, dove si
nascondevano i guerriglieri. Nelle fitte foreste di Luzon c'erano
moltissimi americani e scout filippini che attaccavano i giapponesi
da ogni direzione, e a volte disturbavano seriamente gli
spostamenti delle truppe e dei rifornimenti. L'esercito imperiale
aveva messo delle taglie sulle teste dei guerriglieri. La situazione
era pericolosissima.
Non scapperemo afferm Pete. Siamo venu ti qui per
combattere.
E abbiamo un po' di conti in sospeso aggiunse Clay.
Amato sorrise ed annu. Era un filippino orgoglioso e nauseato
dall'invasione giapponese. Se in qualche modo fosse riuscito
ad avvelenare il pesce per uccidere i soldati, lo avrebbe fatto
volentieri. Pregava che un giorno gli americani vincessero
la guerra e liberassero il suo Paese, e non aspettava altro che
quel momento.
Quando il porto fu in vista, Pete e Clay si nascosero sottocoperta.
Al molo, Tomas e Teofilo presero le pesanti casse di stagno
con il pescato e attesero il loro unico cliente. Un giapponese
basso e robusto con il grembiule insanguinato si avvicin senza
salutare ed ispezion il pesce. Fece un'offerta, alla quale Amato
rispose con una risata. La sua controproposta fu respinta subito
e andarono avanti cos per un po', lo stesso rituale ogni giorno.
Il cuoco aveva troppa fretta per pesare il pesce; fece la sua offerta
finale, che Amato non pot rifiutare, e l'accordo fu concluso.
Amato ricevette il denaro, ma il suo sguardo lasci intuire che
lo avevano di nuovo imbrogliato. Due soldati semplici arrivarono
con un carro merci, caricarono il pesce e ripartirono mentre
il cuoco contrattava con il capitano della barca successiva.
Quando si furono allontanati, Teofilo riaccese la piccola griglia
e prepar la cena. Il menu era lo stesso: riso bollito, pandesal
caldo imburrato e filetti di sgombro grigliati. Dalla colazione
erano passate dieci ore, e n Pete n Clay avevano la nausea
per aver mangiato troppo. Avevano consumato un pranzo leggero
e passato un paio d'ore a bere liquore fatto in casa, e fino a
quel momento i loro corpi traumatizzati avevano reagito bene.
Quando erano ridotti alla fame non riuscivano a pensare ad altro
che al cibo. Adesso che era disponibile ed i crampi allo stomaco
erano passati, i loro pensieri si rivolsero altrove.
Amato li avvert di restare in cabina, anche se fosse diventata
calda e umida. Durante la notte il porto era deserto, ma non
ci si poteva fidare di nessuno; se un marinaio od un ragazzino
in bicicletta avessero visto due americani su una barca da pesca,
l'informazione sarebbe arrivata ai giapponesi.
I tre riempirono gli zaini e li salutarono. Saggiamente, Amato
port via il liquore di riso. Gli americani ne avevano bevuto
abbastanza.
Non pass molto prima che in cabina si soffocasse. Pete socchiuse
la porta e sbirci fuori. Il porto era buio, la barca accanto
alla loro un profilo vago, e l'unico suono era quello dell'acqua
che si rifrangeva dolcemente contro gli scafi. Qui fuori non
c' nessuno disse piano, e Clay lo raggiunse. Rimasero rannicchiati
in silenzio sul ponte. Quando parlavano, e lo facevano
di rado, bisbigliavano. In citt c'era qualche luce, per non
videro passare nessuno.
In cabina c'era una piccola bacinella, e accanto una saponetta
evidentemente molto usata. Pete la prese, la spezz in due e
porse a Clay la sua parte. Poi si spogli, scavalc un fianco della
barca e senza emettere un suono entr in acqua. Supponeva
che fosse lurida e inquinata, come in tutti i porti, ma non gli
importava. Si fece un lungo bagno e consum completamente
il pezzo di sapone. Quando ebbe finito, Clay si sfil maglietta,
pantaloni e calze e li lav per la prima volta da mesi. Erano
stracci, tuttavia non aveva altro.
A un certo punto, non avevano idea di che ora fosse, il calore
svan e una brezza leggera port un po' di sollievo. Tornarono
in cabina e chiusero la porta. Erano tentati di dormire sul ponte,
sotto le stelle, ma la paura di essere visti era troppa. Fino a
quel momento erano sopravvissuti a tutto ci a cui una guerra
brutale poteva sottoporli, sarebbe stata una tragedia essere
smascherati da un bambino di passaggio.
Doveva essere giugno, pi o meno intorno al 20; nella cabina
non c'erano calendari, e non ne vedevano uno da mesi. Dopo
un po' di tempo, un prigioniero che sta morendo di fame smette
di preoccuparsi dello scorrere del tempo. Si erano arresi il 10
aprile. Pete aveva marciato lungo la penisola di Bataan per sei
giorni, Clay per cinque. Al campo Donnell avevano passato
un paio di mesi, e ripensare a quell'inferno li fece rabbrividire.
Ma erano sopravvissuti, cos come alla marcia della morte,
all'assedio di Bataan, ai combattimenti, alla resa, ai vagoni
stipati di uomini, alle navi infernali, alla fame, alla malattia e
a scene di morte che non avrebbero mai pi dimenticato. Trovavano
incredibile quanto il corpo umano sapesse adattarsi e
sopportare, e trovavano incredibili le inesauribili risorse dello
spirito di fronte alla privazione.
Erano sopravvissuti! La guerra non era finita, ma di certo il
peggio era passato. Non erano pi prigionieri e avrebbero potuto
affrontare il nemico da pari.
L'assillo del cibo era temporaneamente accantonato, perci
parlarono delle mogli e delle loro famiglie. Avevano un desiderio
disperato di scrivere a casa. Quel mattino ne avrebbero
parlato con Amato.
Un bambino in bicicletta gironzolava lungo il molo. Ud delle
voci provenire dalla cabina di una nave da pesca e si avvicin
per sentire meglio. Strani mormorii in un'altra lingua. Inglese.
Quando torn a casa, dove la madre lo stava cercando, glielo
raccont. Lei si infuri e gli diede un ceffone. Cos imparava
a inventarsi sempre storie assurde.
...
30.

Amato e i figli giunsero all'alba, quando il porto cominciava a
prendere vita. Teofilo era il pi alto dei tre, ma di poco, e arrivava
ad un metro e settanta. I suoi abiti non andavano n a Pete,
un uomo di quasi un metro e novanta, n a Clay, di poco pi
basso. Il problema era la lunghezza, non i fianchi: gli americani
erano cos magri da poter fare due giri con la cintura.
La sera precedente, dopo cena, Amato era andato a trovare
un suo amico, considerato "il pi alto del paese". Aveva contrattato
l'acquisto di due paia di pantaloni da lavoro e due camicie
beige, insieme a due paia di calze. Sulle prime l'uomo
aveva rifiutato di vendere gli abiti che in sostanza costituivano
tutto il suo guardaroba, poi aveva accettato solo a condizione
che Amato gli raccontasse cosa stava succedendo. Quando
l'uomo alto aveva saputo per chi erano i vestiti, non aveva voluto
accettare il denaro. Li aveva regalati volentieri e mandava
i suoi migliori auguri. La moglie di Amato aveva lavato e stirato
gli abiti, e lui, quando li estrasse orgoglioso dallo zaino e
li pos su una branda nella cabina, aveva le lacrime agli occhi.
E anche Pete e Clay.
Amato spieg che non era riuscito a procurarsi stivali nuovi.
I piedi degli americani erano lunghi e stretti, quelli dei filippini
corti e larghi. C'era un solo calzolaio in citt, e quasi certamente
non aveva nulla per gli stranieri. Amato si profuse in mille scuse.
Alla fine Pete lo interruppe dicendo che c'era una questione
importante di cui discutere. Lui e Clay volevano disperatamente
scrivere alle famiglie, che non avevano loro notizie da Natale
e di certo erano preoccupatissime. la consideravano una
richiesta semplice, ma ad Amato non piacque. Spieg che il servizio
postale non era affidabile e veniva sorvegliato dai giapponesi.
In tutte le Filippine c'erano migliaia di soldati americani
in fuga, uomini proprio come loro, e tutti volevano scrivere
a casa. Le lettere che riuscivano a partire dalle isole erano pochissime,
il nemico era onnipresente. L'impiegato delle poste di
San Narciso era proprietario dell'emporio, e sospettavano che
fosse un simpatizzante del nemico. Se Amato gli avesse portato
due lettere scritte da americani avrebbe avuto seri problemi.
La posta era troppo rischiosa. Pete insistette, volle sapere se
era possibile inviare le lettere da un'altra citt. Alla fine Amato
cedette e mand al villaggio Tomas, che torn con due fogli
di carta sottile e due piccole buste quadrate. Amato trov
un pezzetto di matita. Seduto al tavolino pieghevole nella cabina,
Pete scrisse:

Cara Liza,
ci siamo arresi il 10 aprile ed ho passato gli ultimi tre mesi come
prigioniero di guerra. Sono scappato, e adesso sto combattendo
con i guerriglieri sull'isola di Luzon. Sono sopravvissuto molte
volte e continuer a sopravvivere, e sar a casa appena vinceremo
la guerra. Vi voglio bene e vi penso ogni minuto. Per favore,
abbraccia Joel e Stella da parte mia, e anche Florry. Sono insieme
a Clay Wampler. Sua moglie si chiama Helen. Il suo indirizzo 
1427 Glenwood Road, lomar, Colorado. Per favore, falle avere
questo messaggio.
Ti amo,
Pete.

Scrisse l'indirizzo sulla busta, non indic il mittente, sigill
la lettera e porse la matita a Clay.
Uscirono lentamente dal porto, il vecchio motore a gasolio
scoppiettava come se quello dovesse essere il suo ultimo giorno.
Non lasciarono scie e ben presto furono in mare. A pi di
millecinquecento chilometri, dritto davanti a loro a occidente
doveva esserci il Vietnam. A destra la Cina, meno distante, a
poco pi di un migliaio di chilometri.
Teofilo prepar un caff forte e la colazione a base di riso,
pandesal e sgombro grigliato. Pete e Clay mangiarono lentamente
e gustarono il caff. La moglie di Amato aveva fatto dei biscotti
allo zenzero, e per la prima volta da mesi i due americani assaggiarono
zucchero vero. Non avevano parlato di sigarette, ma
Amato tir fuori un pacchetto nuovo di Lucky Strike contrabbandato
in qualche modo da Manila, e fu il tabacco pi buono
che avessero mai fumato.
Dopo un paio d'ore la barca incontr un banco di tonni. Amato
e Tomas li tiravano su con la rete, Teofilo li colpiva con la mazza
finch non rimanevano immobili, poi li puliva. Pete e Clay
li osservavano in una nuvola di fumo di tabacco, meravigliandosi
della loro efficienza.
A mezzogiorno Tomas riport la nave verso Luzon. Le frastagliate
catene montuose della terraferma erano sempre rimaste
visibili all'orizzonte e, quando si fecero pi vicine, Amato
spieg il piano. La barca si ferm a circa duecento metri dalla
costa, davanti a un litorale roccioso deserto. Teofilo gonfi la
scialuppa che li aveva salvati e li aiut a calarsi in acqua. Amato
allung uno zaino carico di provviste e di acqua e augur
agli americani buona fortuna. Loro ricambiarono i saluti,
ringraziarono di nuovo e partirono. Teofilo gir la barca e si diresse
verso il mare aperto.
Quando Pete e Clay furono lontani, Amato prese le due buste
con le lettere e le fece a minuscoli pezzetti che gett nell'oceano.
La marina giapponese aveva gi perquisito la sua barca
due volte, non poteva correre rischi.

I due americani appartenevano alla cavalleria e alla fanteria,
e non avevano nessuna competenza nautica. La scialuppa non
era facile da governare, e a un certo punto and a scontrarsi con
le rocce. Pete riusc a mantenere lo zaino asciutto e insieme a
Clay si arrampic sugli scogli. Per poco non caddero, rischiando
di annegare, e quando raggiunsero la spiaggia si fermarono
a riposare. Nascosto nella boscaglia, un filippino di nome
Acevedo li osservava. Arriv alle loro spalle, fischi per attirare
l'attenzione e fece cenno di seguirlo.
Acevedo non era che un ragazzo con un cappello di paglia,
ma la sua espressione indurita e il fisico scarno davano l'impressione
nettissima che fosse un guerriero navigato. Soprattutto
era armato fino ai denti, con un fucile a tracolla e pistole
ai fianchi. Spieg in un buon inglese che avrebbero camminato
su sentieri pericolosi per raggiungere le montagne, e se tutto
andava bene sarebbero arrivati al primo campo con la luce.
I giapponesi erano dappertutto, perci dovevano muoversi in
fretta e in silenzio, senza dire una parola.
La boscaglia divenne immediatamente una fitta giungla con
sentieri che solo Acevedo riusciva ad identificare. Ed erano tutti
in salita. Dopo un'ora si fermarono per riposare: erano esausti,
e l'aria sempre pi rarefatta non era d'aiuto. Pete chiese se potevano
fumare, e Acevedo scosse la testa, accigliato. Sapeva qualcosa
di quello che avevano passato, e ovviamente erano ancora
fragili. Promise di rallentare il passo, ma mentiva. Quando si
rimisero in cammino andavano pi veloci di prima. A un tratto
il ragazzo alz una mano, si blocc bruscamente e si chin.
Si sporsero da un ponte ed in lontananza videro una strada invasa
da autocarri giapponesi del trasporto truppe. Senza fiato,
li osservarono in silenzio. Si rimisero in marcia, fecero un'altra
pausa e scesero verso una stretta valle. Si fermarono nei pressi
di un ruscello, mentre Acevedo perlustrava l'area in cerca del
nemico. Non vide nessuno, perci guadarono il corso d'acqua
e scomparvero nella giungla. Il terreno cambi di nuovo e ricominciarono
a salire. Pete aveva male ai polpacci e gli mancava
il fiato, perci chiese di fare una pausa in una radura, dove
mangiarono tortini di riso e biscotti al cocco.
A bassa voce, Acevedo raccont che suo fratello era stato uno
scout filippino, morto a Bataan. Lui aveva giurato di ammazzare
quanti pi giapponesi poteva, prima che loro lo facessero fuori.
Fino a quel momento ne aveva uccisi undici, ma forse erano di
pi. I giapponesi torturavano e decapitavano tutti i guerriglieri
catturati, perci il codice prevedeva che non ci si arrendesse.
Molto meglio farsi saltare il cervello piuttosto che permettere
ai giapponesi di agire a modo loro. Clay chiese quando avrebbero
avuto le pistole, e Acevedo rispose che al campo ce n'era
un sacco, e non mancavano neanche cibo e acqua. I guerriglieri
non si rimpinzavano, ma nessuno moriva di fame.
Il pasto li rimise in forze. Mentre il sole cominciava a scomparire
dietro le montagne, arrivarono a uno stretto sentiero che
si inerpicava ripido sul fianco di una collina. Era un passaggio
insidioso, su rocce poco stabili. Un passo falso li avrebbe spediti
dritti in una scarpata di cui non si vedeva il fondo. Per una
cinquantina di metri sarebbero rimasti allo scoperto. A met di
quel tratto, mentre si rannicchiavano e cercavano di non inciampare,
dall'altra parte della scarpata risuonarono dei colpi di fucile.
Cecchini. Acevedo fu colpito alla testa e cadde all'indietro.
Una pallottola buc la manica destra di Pete e per poco non lo
prese al torace. Circondati da una pioggia di proiettili, lui e Clay
saltarono gi. Rotolarono rimbalzando violentemente sugli arbusti
e ferendosi contro i cespugli. Clay riusc ad afferrare un
ramoscello e ad arrestare la caduta, ma Pete continu a precipitare.
Si schiant contro un dao e per poco non perse conoscenza.
Clay vedeva a malapena la schiena di Pete, ma riusc a strisciare
in basso e ad afferrarlo. Di nuovo insieme, valutarono se
si erano rotti qualcosa, ma per fortuna erano tutti interi, per il
momento. Avevano faccia e braccia graffiate e sanguinanti, per
i tagli non erano profondi. Pete aveva preso una botta in testa
ed era stordito, ma dopo un po' fu in grado di muoversi.
Udirono voci che non parlavano inglese: il nemico li stava cercando.
Proseguirono la discesa pi piano che potevano, ma urtarono
alcune rocce e fecero rumore. Si rannicchiarono vicino a un
ruscello in fondo alla scarpata, nascosti da una selva di cespugli
e arbusti spinosi, ma ad un tratto sentirono qualcosa muoversi
nell'acqua. Tre soldati con i fucili spianati avanzavano lenti
nella loro direzione. Passarono a tre metri da Pete e Clay, che
rimasero immobili, respirando appena. Trascorsa un'ora, forse
due, sulla scarpata cal il buio.
Discussero sottovoce della folle idea di risalire il dirupo per
cercare lo zaino, e magari Acevedo. Erano sicuri che fosse morto,
ma avevano bisogno delle sue armi. Sapevano che i giapponesi
non si sarebbero rassegnati. Le teste di due americani da
esibire come trofeo erano una tentazione troppo forte. Perci
rimasero dov'erano. Soli, abbandonati, disarmati, perseguitati,
senza la minima idea di dove si trovassero o dove dovessero
andare, trascorsero una notte insonne coperti di insetti, cimici,
lucertole e tagli provocati dagli arbusti, pregando che i
pitoni e i cobra stessero alla larga. A un certo punto Pete chiese
chi aveva avuto la brillante idea di diventare guerriglieri. Clay
ridacchi e giur che a lui quel pensiero assurdo non era mai
passato per la testa.
All'alba furono costretti a muoversi. La fame torn pi implacabile
che mai. Bevvero dal ruscello e decisero di seguirlo.
Per tutto il giorno si aggirarono furtivi tra le ombre, senza mai
esporsi neanche per un secondo. Per due volte udirono delle
voci e ben presto si resero conto che era meglio spostarsi di notte
e dormire di giorno. Ma per andare dove?
Il ruscello sfociava in un fiume, e da dietro un cespuglio videro
passare una motovedetta giapponese. Sei uomini con il fucile,
due dei quali con i binocoli, setacciavano la costa in cerca
di qualcuno. A fine pomeriggio si imbatterono in un sentiero e
decisero di imboccarlo quando avesse fatto buio. Non avevano
una meta, ma restare l era troppo pericoloso.
Nell'oscurit assoluta della notte la strada era invisibile, e
ben presto si persero, finirono per girare in tondo, ritrovarono
il sentiero, si persero ancora e rinunciarono. Si sdraiarono sotto
una formazione rocciosa e cercarono di dormire.
Il mattino presto, quando si svegliarono, la giungla era avvolta
da una fitta nebbia utile a mimetizzarsi, e ben presto trovarono
un altro sentiero appena visibile. Dopo un paio d'ore il
sole spazz via la foschia e il sentiero si allarg. Stanchissimi
e stremati dalla fame, arrivarono a un dirupo che si affacciava
su una scarpata rocciosa. Un centinaio di metri pi gi scorreva
un ruscello costellato di massi tondeggianti. Riposarono un
po' all'ombra, guardarono il ruscello e parlarono della possibilit
di saltare e farla finita. Meglio la morte, rispetto alle torture
che li aspettavano. In quel momento quasi la desideravano.
Le loro possibilit di sopravvivenza erano inesistenti e almeno,
se avessero saltato, non si sarebbero fatti uccidere dal nemico.
Poco distante esplosero alcuni colpi di pistola che zittirono
i pensieri suicidi. Se gli spari erano tra due fazioni avversarie,
nei dintorni dovevano esserci i guerriglieri. Lo scontro dur
un minuto o poco pi, ma li incoraggi a continuare il cammino.
Il sentiero scendeva e loro lo percorsero con passi furtivi, a
testa bassa e sempre in cerca di arbusti dietro cui rifugiarsi. Si
fermarono a rinfrescarsi accanto a un ruscello. Riposarono per
un'ora e proseguirono.
Verso met giornata arrivarono in una radura, al cui centro
ardeva un piccolo fal che non si era ancora spento. Seduto
contro un grosso masso, un giapponese sembrava intento a
fare un sonnellino. Lo studiarono a lungo dai cespugli e notarono
che aveva le gambe insanguinate. Evidentemente era ferito
e la sua unit lo aveva lasciato indietro. Di tanto in tanto muoveva
il braccio destro, prova che era ancora vivo. Pete si mosse
silenzioso tra la vegetazione, mentre Clay si avvicinava al soldato
da dietro gli alberi. Pete sal sul masso, e quando fu sopra
il bersaglio sollev una grossa roccia e la picchi sulla testa del
giapponese. Clay gli fu addosso in un istante. Pete lo colp ancora
con la pietra mentre Clay afferrava il suo fucile e lo sventrava
con la baionetta. Lo trascinarono dietro i cespugli e aprirono
lo zaino. Scatolette di sardine, salmone e sgombro, e una
confezione di manzo essiccato. Mangiarono con avidit, con
le camicie e le mani piene di sangue. Nascosero il cadavere in
una macchia di arbusti e si allontanarono in fretta dalla radura.
Per la prima volta da mesi erano di nuovo armati. Clay portava
il fucile Arisaka con la baionetta e la borraccia; Pete la fondina
con la pistola Nambu semiautomatica. Nella cintura infil
trenta cartucce, due caricatori e un coltello da quindici centimetri.
Scapparono per un'ora prima di fermarsi a riposare e divorare
un'altra scatoletta di sardine. Se li avessero catturati li
avrebbero torturati e decapitati immediatamente, ma la cattura
non era un'opzione. Si strinsero le mani insanguinate e giurarono
che non si sarebbero fatti prendere vivi. Se li avessero
circondati si sarebbero sparati con le armi che avevano. Prima
Pete, poi Clay.
Accelerarono il passo, ricominciarono a salire. Udirono di
nuovo suoni di sparatorie, uno scontro pi lungo del precedente.
Non riuscivano a capire se fosse meglio scappare o andare
incontro agli spari, perci aspettarono e si nascosero su un lato
del sentiero. La sparatoria diminu d'intensit, poi cess. Dopo
un'ora il sole cominci a tramontare.
A un certo punto del sentiero si imbatterono in un giovane
filippino che correva nella loro direzione. Era esile, ossuto,
disarmato ed esausto. Si ferm di colpo, incerto sull'identit degli
sconosciuti.
Americani disse Pete.
L'adolescente si fece avanti e guard le loro armi. Giapponesi
disse indicando la baionetta.
Clay sorrise, mostr il sangue sulle mani e sulle braccia e disse:
No,  il sangue che  giapponese.
Il ragazzo sorrise. Soldati americani?
Annuirono. Dobbiamo trovare i guerriglieri. Puoi portarci
da loro? chiese Pete.
Il suo sorriso si illumin. Oh, cazzo, da dove venite? biascic
orgoglioso.
Pete e Clay scoppiarono a ridere. Clay si pieg a tenersi la
pancia e lasci cadere il fucile. Pete rise forte scuotendo la testa,
incredulo. Immaginava il ragazzo filippino seduto attorno
a un fal insieme a un gruppo di americani che si divertivano
a insegnargli parolacce in inglese. Di sicuro nel gruppo c'era
qualcuno del Texas o dell'Alabama.
Quando smisero di ridere, il ragazzo disse: Seguitemi. Un'ora,
pi o meno.
Andiamo concord Pete. Ma non troppo in fretta.
Il ragazzo era una staffetta, una delle centinaia utilizzate per
la comunicazione dai guerriglieri, che erano perlopi privi di radio.
Le staffette facevano circolare messaggi e ordini scritti. Conoscevano
bene i sentieri e venivano catturate di rado, ma quando
accadeva erano torturate per avere le informazioni e uccise.
Ripresero una lunga salita, nell'aria sempre pi rarefatta. La
temperatura mite era gradevole, per Pete e Clay faticavano a
tenere il passo. Quando furono in prossimit del punto di bivacco
il ragazzo fischi tre volte, rimase in attesa, sent qualcosa
che Pete e Clay non colsero e prosegu. Adesso erano nel territorio
dei guerriglieri, ovvero il posto pi sicuro in cui potesse
trovarsi un americano nelle Filippine. Due ribelli carichi di armi
sbucarono dal nulla e fecero segno di venire avanti.
Attraversarono un minuscolo insediamento dove le persone
li notarono appena. Il sentiero portava al primo campo, dove
altri filippini cucinavano attorno a un piccolo fal. Erano una
ventina, vivevano in capanne e si stavano preparando per la
notte. Quando videro i due americani scattarono in piedi e fecero
il saluto militare.
Mezz'ora dopo, continuando a salire, entrarono in un piccolo
complesso recintato, nascosto dalla fitta volta degli alberi.
Un americano in uniforme sbiadita e stivali da combattimento
nuovi li salut. Il capitano Darrell Barney, ex 11 brigata di Fanteria
e adesso Resistenza di Luzon, settore occidentale. Dopo le
presentazioni, Barney grid verso una fila di capanne di bamb
e arrivarono altri americani. Ci furono sorrisi, strette di mano,
pacche sulle spalle, congratulazioni, e ben presto Pete e Clay si
ritrovarono seduti a un tavolo di bamb, dove poterono mangiare
riso, patate e costolette di maiale alla griglia, una prelibatezza
riservata alle occasioni speciali.
Nel frattempo i guerriglieri li investirono con una raffica di
domande. Quello che parlava di pi era Alan DuBose, di Slidell,
in Louisiana, e ammise orgoglioso che stava insegnando ai filippini
il gergo del suo Paese. In tutto gli americani erano sei,
oltre a Pete e Clay, e nessuno era stato a Bataan. Dopo la resa
erano fuggiti sulle montagne da altre parti delle isole. Erano
molto pi in forma, anche se la malaria era ovunque.
Gli americani avevano sentito parlare della marcia della morte
e tutti volevano ascoltare i racconti dei due sopravvissuti.
Pete e Clay parlarono per ore, risero e finalmente assaporarono
la sensazione di trovarsi al sicuro. Per due soldati che avevano
visto di tutto, a tratti era difficile rendersi conto di essere
davvero in mezzo a compagni che stavano ancora combattendo.
Pete si godette quel momento, ma non riusciva a non tornare
con la mente al campo Donnell. Ripens agli uomini che
aveva conosciuto laggi, molti dei quali non sarebbero sopravvissuti.
Mentre lui festeggiava, loro morivano di fame. Pens al
campo d'ossa e alle centinaia di corpi devastati che aveva seppellito.
Pens alla nave infernale e sent le urla degli uomini intrappolati
che annegavano. Un attimo prima si stava godendo
il cibo, le battute, il fatto di poter risentire l'inglese americano,
con quella moltitudine di accenti diversi, e quello dopo se ne
stava ammutolito, incapace di mangiare, con la mente che traboccava
di immagini terribili.
Flashback, incubi, orrori che non avrebbe dimenticato mai.
La sera tardi li accompagnarono alle docce e li rifornirono
di saponette. L'acqua era tiepida e la sensazione meravigliosa.
Sulle prime pensarono di radersi, ma tutti gli altri americani
avevano la barba lunga, perci rinunciarono. Ricevettero
biancheria e calze pulite, oltre a divise spaiate, anche se nella
boscaglia le divise non contavano. Il medico, un altro americano,
li visit e rilev i problemi ovvi. Aveva un mucchio di medicine
ed assicur che entro un paio di settimane sarebbero stati
pronti a combattere. Li condussero a una capanna di bamb, il
loro nuovo dormitorio, dove trovarono brande e coperte vere.
Il mattino seguente avrebbero conosciuto il comandante e ricevuto
le armi.
Soli, al buio, parlarono sottovoce di casa, che non era mai
sembrata cos vicina.
...
31.

La Resistenza nel settore occidentale di Luzon era saldamente
agli ordini del generale britannico Bernard Granger, eroe della
Prima guerra mondiale. Granger era sulla sessantina, magro e
coriaceo, un soldato fatto e finito. Si era trasferito nelle Filippine
vent'anni prima e un tempo aveva posseduto una grossa
piantagione di caff; i giapponesi gliel'avevano confiscata e
avevano ucciso due dei suoi figli, costringendolo a rifugiarsi in
montagna insieme alla moglie e a ci che restava della famiglia.
Abitavano in un bunker nel cuore della giungla, da dove il generale
comandava le sue forze armate. Gli uomini lo adoravano,
lo avevano soprannominato "Lord Granger".
Quando gli vennero presentati Pete e Clay sedeva alla scrivania
sotto un drappo di rete mimetica. Conged i suoi assistenti,
ma non le guardie del corpo. Diede il benvenuto agli
americani con la sua voce acuta dalla cadenza indiscutibilmente
britannica e ordin del t. Pete e Clay si accomodarono
su sedie di bamb e dal primo istante provarono ammirazione
per lui. A volte una piega dell'elegante cappello da
safari gli nascondeva l'occhio sinistro. Maneggiava una pipa
ricavata da un tutolo, quando parlava se la levava di bocca e
quando ascoltava la masticava come a voler digerire ogni parola.
Mi dicono che siete sopravvissuti a certe cattiverie, gi
a Bataan disse nella sua cantilena. Peggio di quello che abbiamo
sentito, temo.
Annuirono e raccontarono: Bataan era stata brutale, il campo
Donnell peggio.
E i gialli stanno smistando gente nelle loro miniere, a quanto
pare. Granger vers il t in tazze di porcellana.
Pete descrisse il viaggio sulla nave dell'inferno, e come si
erano salvati.
Maledetti bastardi, prima o poi daremo loro quel che meritano
disse Granger. Se non ci prendono prima loro. Spero vi
rendiate conto che le vostre probabilit di sopravvivere sono
aumentate, ma che in fin dei conti siamo tutti morti.
Meglio cadere combattendo rispose Clay.
Ben detto. Il nostro compito  combinare abbastanza danni
da ostacolare i gialli e dimostrare che vale la pena di salvare
queste isole. Abbiamo paura che gli Alleati cerchino di sconfiggerli
senza pi preoccuparsi di noi. L'alto comando  convinto
di poter colpire il Giappone senza passare da qui, e non ha
tutti i torti, sapete? MacArthur per ha promesso che torner,
e tanto basta a tenerci in piedi. I filippini devono avere qualcosa
per cui combattere. Questa terra  prima di tutto loro. Latte
e zucchero?
Pete e Clay rifiutarono. Avrebbero preferito un caff forte,
ma erano grati per quella colazione abbondante. Granger continu
a chiacchierare, poi s'interruppe di colpo e guard Pete.
Cosa devo sapere di te?
Pete gli fece un riassunto. West Point, sette anni di servizio
in cavalleria, poi una specie di congedo forzato per motivi personali.
Doveva salvare la fattoria di famiglia. Una moglie e due
figli nel Mississippi. Grado: tenente.
Granger lo ascolt assorto, senza mai battere ciglio. Quindi
sai andare a cavallo.
Con e senza sella.
Ho sentito parlare del 26. Ottimi tiratori, dicono.
Sissignore.
Ci servono cecchini. Non ce n' mai abbastanza.
Datemi un fucile.
Sei stato a Fort Stotsenburg?
S, ma poco, prima di dicembre.
I maledetti gialli lo stanno usando come base per gli Zero e i
bombardieri da picchiata. Le armi pi pesanti le hanno portate
via dopo Corregidor. Vorrei colpire qualche velivolo a terra, ma
non abbiamo ancora architettato un piano. E tu? chiese a Clay.
Arruolato nel 1940,31 reggimento di Fanteria. Specialista
del mortaio. Sergente. Mandriano del Colorado che sapeva andare
a cavallo e sparare.
Splendido. Mi piacciono gli uomini che vogliono combattere.
 triste dirlo, ma qui con noi ci sono americani che si stanno
soltanto nascondendo e vorrebbero tornare a casa. Alcuni sono
matti, altri troppo malati. Alcuni avevano disertato le loro unit
e si sono persi nella giungla, temo. In tutta onest sono pesi
morti, ma non possiamo certo sbarazzarcene. La prima lezione
che imparerete  non fare domande a nessuno. Tutti hanno una
storia da raccontare, e i codardi non dicono mai la verit. Bevve
un sorso di t e tir fuori una cartina. Parliamo delle operazioni.
Noi siamo al centro dei monti Zambales, terreno davvero
impervio, come avrete notato. Si toccano i 2700 metri di
quota. Abbiamo un migliaio di combattenti sparpagliati su una
superficie di oltre 250 chilometri quadrati. Se ci trincerassimo
da qualche parte potremmo sopravvivere a lungo, ma noi non
scaviamo buche. Siamo guerriglieri e combattiamo una guerra
sporca, mai assalti frontali, mai in campo aperto. Colpiamo in
fretta e scompariamo. I gialli assaltano i nostri campi a bassa
quota, laggi  pericolosissimo. Lo scoprirete presto. Con tutti
i filippini che scappano in collina stiamo ingrossando le fila,
e dopo un inizio incerto abbiamo assestato qualche bel colpo.
Non pensate che i giapponesi possano arrivare anche qui?
chiese Pete.
Pensiamo a tutto. Siamo sempre pronti a ritirarci al minimo
rischio. Non possiamo reggere un combattimento corpo a
corpo. Siamo sprovvisti di artiglieria, salvo qualche mortaio e
cannoni leggeri rubati al nemico. Abbiamo tanti fucili, pistole
e mitragliatori, ma nessun camion o mezzo di trasporto. Siamo
fanti, con il vantaggio del terreno. Il problema pi grosso 
la comunicazione. Abbiamo vecchie radio ma niente di portatile,
e possiamo usarle pochissimo perch i gialli ascoltano tutto.
Per coordinarci ci affidiamo alle staffette. Non abbiamo contatti
con MacArthur, ma lui sa che stiamo combattendo. Per rispondere
alla domanda, qui siamo relativamente al sicuro ma sempre
in pericolo. Se riuscissero a vederci dal cielo, i gialli ci bombarderebbero.
Venite, vi mostro il nostro tesoro.
Granger scatt in piedi, prese il bastone da passeggio e si incammin.
Disse qualcosa in tagalog alle guardie, che corsero a
precederlo. Altre li seguirono mentre uscivano dal campo e salivano
per un sentierino. Bel gruppo, il 26. Non dirmi che conosci
Edwin Ramsey fece Granger.
Era il capo del mio plotone rispose fiero Pete.
Ma pensa. Gran bravo soldato. Si  rifiutato di arrendersi
ed  salito in montagna.  a centocinquanta chilometri da
qui, organizza azioni su azioni. Dicono che abbia oltre cinquemila
uomini nella regione centrale di Luzon e parecchi contatti
a Manila.
Dietro un angolo, due sentinelle aprirono una tenda di rampicanti
e radici che nascondeva l'imbocco di una caverna.
Prendete le torce ordin Granger, e le guardie fecero luce. La caverna
era profonda, un grande spazio aperto con le stalattiti che
gocciolavano acqua. Le candele accese lungo le pareti rivelarono
la vastit dell'arsenale.
Granger non smetteva di parlare. Scorte lasciate dagli yankee
o prese ai gialli. Mi piace pensare che abbiamo un proiettile
per ogni maledetto bastardo.
C'erano bancali pieni di munizioni. Casse di fucili. Montagne
di viveri e acqua. Sacchi di riso. Taniche di benzina. Scatole
di provviste non meglio identificate.
Pi in fondo, in un'altra grotta, abbiamo due tonnellate di
dinamite e tritolo spieg Granger. Immagino non siate anche
esperti di esplosivi.
No rispose Pete. Clay scosse la testa.
Peccato. Ci serve disperatamente un bravo artificiere. L'ultimo
si  fatto saltare per aria. Un filippino, diamine se ci sapeva
fare. Ma tra un po' ne arriver un altro. Visto abbastanza?
Gir i tacchi senza aspettare una risposta. Fine dell'ispezione.
Pete e Clay erano increduli ma allo stesso tempo confortati
dalla vista di tutte quelle scorte. Seguirono Granger fuori dalla
caverna e cominciarono la discesa. Si fermarono in un punto
panoramico a godersi una vista meravigliosa, montagne a
perdita d'occhio.
I gialli qui non ci vengono. Hanno paura disse il generale.
Inoltre sanno che per combattere siamo costretti a scendere. E
hanno ragione. Domande?
Quando si combatte? chiese Clay.
Granger rise. Bravi. Malati e denutriti ma pronti. Tra una
settimana, pi o meno. Date ai medici il tempo di ingrassarvi
e presto vedrete tutto il sangue che volete.
Per due giorni Pete e Clay si crogiolarono nel lusso, riposarono,
mangiarono e bevvero acqua a volont. I medici li rimpinzavano
di pastiglie e vitamine. Quando cominciarono ad
annoiarsi li dotarono di fucili e pistole e li portarono al poligono
a fare un po' di pratica. Si occupava di loro un veterano
filippino di nome Camacho, che li istru a sopravvivere nella
giungla: ad accendere un piccolo fuoco per cucinare, di notte,
perch il fumo non si vedesse; a costruire una copertura di
rampicanti e arbusti per proteggersi dalla pioggia mentre dormivano;
a infilare nello zaino soltanto gli oggetti essenziali; a
tenere armi e munizioni all'asciutto; ad affrontare un cobra arrabbiato,
e un pitone affamato; e altri cento trucchi indispensabili
a salvarsi la vita.
Il terzo giorno, Lord Granger convoc Pete per un t ed una
partita a carte. Seduti a un tavolo da gioco chiacchieravano,
soprattutto il generale. Mai giocato a cribbage? chiese, mentre
prendeva il mazzo.
Certo. Ci giocavo a Fort Riley.
Benissimo. Tutti i giorni alle tre organizzo una mano,
davanti a una tazza di t. Rilassa l'animo. Mentre parlava mescol
e distribu le carte. Due notti fa i gialli hanno assaltato
un avamposto ai piedi della montagna. Era ben difeso, ma ci
hanno sorpresi attaccando in massa. Abbiamo perso dopo una
battaglia durissima. I gialli cercavano Bobby Lippman, un maggiore
di Brooklyn, un duro, e l'hanno trovato insieme ad altri
due americani. I filippini dell'unit sono morti in battaglia o
sono stati decapitati sul posto. Ne vanno matti, i gialli, ti staccano
la testa e la lasciano accanto al cadavere per spaventare i
vicini. Comunque, Lippman e gli altri due sono finit in galera
a Manila, a farsi una chiacchierata con i pi tosti interrogatori.
Mi dicono che certi parlano inglese meglio di tanti britannici.
Lippman se la vedr molto brutta. Per qualche giorno lo frusteranno
e lo ustioneranno, hanno diversi metodi, e se parla ce
ne accorgeremo. Se non parla, e dubito che lo far, gli organizzeranno
una piccola cerimonia con una di quelle lunghe spade
che hai visto. Siamo in guerra, Banning, e come sai ci sono
tanti modi di uccidere.
Pensavo che ogni campo fosse protetto da guardie notturne
e sentinelle disse Pete. Come hanno fatto a sorprenderli?
Vallo a sapere. Il loro trucco preferito  corrompere un autoctono,
un filippino a corto di soldi o di riso, disposto a vendere informazioni.
Pi i gialli stringono il cappio, meno viveri girano. In
certi villaggi i contadini saltano i pasti. I gialli sono bravi a corrompere.
Su queste montagne abbiamo molti accampamenti. A volte
ci stiamo, a volte no, ma sono i nostri covi. Di solito se ci passiamo
una notte, o una settimana, gli autoctoni lo vengono a sapere.
Trovare un giallo e spifferare  facile. Sei pronto a combattere?
Diamine, s.
Secondo il dottore sei relativamente in forma. Diavolo, siamo
tutti sottopeso e malati di qualcosa, ma tu e Clay sembrate
davvero scheletri. Mi sa che avete visto il peggio.
Stiamo bene e ci annoiamo. Ci affidi una missione.
Andrete con DuBose, in una squadra di una decina di uomini.
Camacho sar sempre con voi, ed  il migliore. Partite stanotte,
camminate tre o quattro ore, date un'occhiata.  un po' ricognizione,
un po' assalto. Capiremo se sotto tortura Lippman ha
parlato in base a quello che fanno e dove vanno i gialli. Dopo
un paio di giorni sui sentieri dovreste raggiungere un'altra unit,
gente che viene da un'altra montagna. Con loro ci sar un
artificiere che allaccer qualche cavo e via dicendo. L'obiettivo
 un convoglio. Dovrebbe essere un lavoro facile e sparerete a
qualche giallo. Ci sar da divertirsi.
Non vedo l'ora.
Sempre che vada tutto bene, l'artificiere  disposto a stare
un po' con voi per insegnarvi a giocare con il tritolo. Ascoltatelo
e imparate.
Mentre Pete mescolava e serviva, Granger caric la pipa di
tabacco senza mai smettere di parlare. Povero Lippman. Tutti
noi giuriamo che non ci faremo prendere vivi. Molto meglio
un proiettile in testa, piuttosto che lasciar fare ai gialli. Ma non
 sempre facile. Da ferito magari non riesci a spararti. Oppure
ti sorprendono nel sonno. E spesso, Banning, penso che siamo
diventati troppo bravi a sopravvivere e crediamo di poter resistere
a tutto, cos molliamo le armi, alziamo le mani e ci portano
via. E poi, nel giro di qualche ora, immagino, ce ne pentiamo
amaramente. Sei mai stato sul punto di farla finita?
Tante volte rispose Pete. La sete, la fame e le continue uccisioni
ci facevano impazzire. Pensavo che se fossi riuscito a
dormire avrei rinunciato volentieri a svegliarmi. Ma siamo sopravvissuti.
Stiamo sopravvivendo. Ho intenzione di tornare
a casa, generale.
Bravo, ragazzo. Ma non farti prendere vivo dai gialli, capito?
Non si preoccupi.
...
32.

Partirono poco dopo mezzanotte, dieci guerriglieri guidati da
due staffette che avrebbero trovato i sentieri anche a occhi chiusi.
Sei filippini e quattro americani, armati fino ai denti e carichi
di lattine di viveri, acqua, coperte, teli e tutte le munizioni
possibili. Per fortuna la strada era in discesa. La prima lezione
che Pete e Clay impararono fu concentrarsi sui piedi di chi
ti precede. Guardarsi intorno, al buio,  inutile. Un passo falso,
invece, pu farti inciampare e condurti chiss dove.
Per la prima ora non parl nessuno. Mentre si avvicinavano
al primo barrio, una vedetta li salut e in un dialetto sconosciuto
disse a Camacho che andava tutto bene: non avvistavano il
nemico da giorni. La squadra gir intorno alle capanne e se ne
and. Al secondo barrio non trovarono vedette, regnava il silenzio.
Dopo tre ore eccoli all'avamposto su un tratto di terreno
pianeggiante, quattro capanne vuote costruite nella vegetazione.
Riposarono per mezz'ora e fecero uno spuntino con sardine
ed acqua. DuBose vegliava, e nel suo accento della Louisiana
chiese se andava tutto bene.
Pete e Clay lo rassicurarono, erano gi un po' stanchi ma si
stavano divertendo. Rispetto a loro, gli altri avevano appena cominciato
a sgranchirsi. Ripartirono, in salita, e dopo un'ora fecero
un'altra pausa. DuBose sapeva cos'avevano passato le due
reclute e voleva proteggerle. La squadra scese in un burrone,
guad un torrente e raggiunse un grosso barrio. Lo osservarono
per qualche minuto dalla boscaglia; poi Camacho si avventur
alla ricerca della vedetta. Nemmeno l avevano avvistato nemici.
Mentre aspettavano, DuBose si avvicin a Pete e mormor:
Qui la gente  al sicuro. Ogni villaggio ha un capo, questo qui
 uno affidabile. Da adesso in poi, per,  terra di nessuno.
Dov' la strada? chiese Pete.
Non lontano.
All'alba erano nascosti in un fosso accanto a una strada sterrata
evidentemente molto battuta. Udirono del movimento dall'altra
parte, poi silenzio. DuBose disse qualcuno.
Siamo qui rispose lui.
Dalla boscaglia spunt un americano, un certo Carlyle, e con
lui una decina di uomini, tra i quali tre yankee con la barba sporca
e lo stesso aspetto logoro. Corsero a recuperare casse di legno
piene di tritolo e per un'ora armeggiarono con l'esplosivo
collegandolo ai detonatori. Il dinamitardo era un veterano filippino
esperto in trappole. Piazzato il tritolo, i guerriglieri si
ritirarono nella foresta e DuBose assegn le posizioni. Pete il
cecchino si nascose dietro alcune rocce con l'ordine di sparare
a tutto quello che si muoveva. Clay ricevette una mitragliatrice
e si piazz a una quarantina di metri.
Camacho rimase vicino a Pete e mentre il sole sorgeva gli spieg
sottovoce che cosa stava per succedere. I giapponesi spostavano
tonnellate di materiale lungo le strade interne dell'isola, e
il compito dei guerriglieri era spezzare le linee di rifornimento.
Dal porto le spie avevano segnalato l'arrivo di un convoglio
di quattro o cinque camion. Non sapevano cosa trasportavano,
ma farli saltare sarebbe stato uno spasso.
Pete aveva il cuore in gola, il dito sul grilletto impaziente di
sparare. Erano passati mesi dalla sua ultima battaglia e l'attesa
lo snervava. Quando si ud il rombo degli automezzi, Camacho
disse di stare pronti.
Erano quattro. Il primo e l'ultimo trasportavano soldati a protezione
del carico dei due centrali. I guerriglieri attesero per alcuni
interminabili minuti. Pete temeva che l'esplosivo non funzionasse.
Si sbagliava, perch scaten un terremoto che sbalz
sulle rocce persino lui. Il primo camion si cappott come un giocattolo
e scaravent i soldati per aria. Il terzo e il quarto furono
colpiti sulle fiancate. Dalla foresta si lev il brutale fuoco di
sbarramento di oltre una ventina di guerriglieri. I giapponesi
sopravvissuti alle esplosioni strisciavano e zoppicavano, quasi
tutti furono uccisi prima ancora di riuscire a sparare. L'autista
del secondo camion sgattaiol dal parabrezza sfondato, ma
Pete lo centr. Clay era nascosto dietro il convoglio e tra lui e il
trasporto truppe non c'erano ostacoli. Con la sua mitragliatrice
leggera giapponese Tipo 99 falciava un nemico dopo l'altro.
Diversi soldati si ripararono dietro gli automezzi, ma furono sorpresi
alle spalle dai guerriglieri schierati dall'altra parte della
strada. Nascondersi era impossibile. La pioggia fulminante di
proiettili prosegu per almeno cinque minuti. Un giapponese
riusc a infilarsi tra il terzo e il quarto camion e a sparare qualche
colpo a casaccio in mezzo agli alberi, prima di venire crivellato.
Lentamente la sparatoria si plac. Durante una pausa i guerriglieri
rimasero a guardare, nell'eventualit in cui qualche
giapponese si muovesse ancora. Ma erano tutti immobili nella
polvere che si depositava per terra. DuBose e Carlyle avanzarono
strisciando e indicarono ai loro uomini di uscire allo scoperto.
Ogni giapponese, morto o morente, si becc un ulteriore
proiettile in testa. I prigionieri erano una zavorra inutile, non
c'erano viveri per sostentarli n un posto dove tenerli. In quella
versione della guerra nessuno faceva prigionieri, a meno che
non si trattasse di ufficiali americani: e soltanto per farli morire
un po' pi tardi.
DuBose e Carlyle sbraitavano ordini con impazienza. Mandarono
due coppie di filippini a controllare che sulla strada,
da entrambe le direzioni, non arrivassero altri camion. I caduti
- in tutto trentasette - furono spogliati di armi e zaini. Per fortuna
il secondo camion del convoglio non era saltato in aria.
Era pieno di casse di fucili, bombe a mano, mitragliatrici e,
incredibile ma vero, quintali di tritolo. In ogni imboscata c' un
miracolo, e il fatto che nemmeno un proiettile vagante avesse
colpito gli esplosivi lo era. Il primo camion di rifornimenti, ridotto
a un rottame, era pieno di razioni. DuBose decise di raccogliere
tutti i viveri possibili, oltre alle armi, e di usare il secondo
camion per scappare.
Scavalcando i cadaveri o spostandoli a calci, i guerriglieri riuscirono
a far rotolare il primo camion in un fosso. Con un filippino
al volante, il secondo ripart arrancando. Pete e altri cinque
vi stavano seduti sopra, con le chiappe a pochi centimetri
dall'esplosivo. Alla prima svolta i soldati si voltarono a guardare
con grande soddisfazione il caos che avevano scatenato.
Tre camion carbonizzati, pile di cadaveri, e tra le loro fila nemmeno
un ferito.
I caccia giapponesi sorvolavano continuamente le strade a
quota bassissima, quasi sfiorando le cime degli alberi, e presto
sarebbero arrivati. DuBose voleva abbandonare la strada prima
che uno Zero li facesse a brandelli dopo aver visto il massacro
e capito cos'era successo.
L'autista devi in una radura e acceler al massimo. Il camion
rimase allo scoperto finch non trovarono un parcheggio
in una zona di alberi molto fitti. L si fermarono e DuBose ordin
di coprire il mezzo di rampicanti e arbusti. Dopo averlo
mimetizzato, i soldati si rintanarono all'ombra e si avventarono
sugli zaini dei giapponesi. Banchettarono con pesce in scatola
e pane di riso indurito. Un giapponese, evidentemente alcolizzato,
aveva con s quattro lattine di sak, e la pausa si trasform
in un aperitivo.
Mentre la truppa brindava, DuBose e Carlyle facevano il punto.
La discussione fu interrotta dall'inconfondibile fischio stridulo
degli Zero. Ne passarono due, a bassa quota, e poi risalirono
fieri in cielo. Fecero un altro giro di controllo e andarono via.
Qualcuno ipotizz di tornare sul luogo della strage: si era
dimostrato perfetto per un agguato, e di sicuro i giapponesi vi
avrebbero mandato una nutrita squadra di soccorso. La tentazione
di fare altre vittime con la stessa facilit era forte. DuBose,
per, lo sconsigliava. Il loro compito era colpire a sorpresa, non
pianificare offensive. Inoltre, al momento le scorte rubate erano
molto pi importanti che ammazzare qualche altro giapponese.
Sui sentieri montani il camion non ce la poteva fare: DuBose
decise di scaricarlo e trovare un modo di portare la merce fino
alla base. I suoi uomini non potevano riuscirci da soli, perci
mand una decina di filippini a barattare con il barrio pi vicino
qualche bestia da soma. Per il "noleggio" degli animali avrebbero
offerto parecchia roba da mangiare.
La festa fin bruscamente quando DuBose disse agli uomini
rimasti di scaricare. Dopo mezzogiorno comparvero un po' di
buoi e somari; non erano certo abbastanza, ma parecchi autoctoni
avevano deciso di scambiarli con il cibo. I primi elementi
del convoglio erano appena spariti nella foresta quando da
un sentiero spunt una staffetta con la notizia che si stava avvicinando
una grossa unit di soldati giapponesi. Senza esitazioni,
DuBose ordin all'artificiere di approntare il camion con
tutti gli esplosivi rimasti a bordo. L'esplosione avrebbe bloccato
la strada e dato loro un po' di tempo in pi per andarsene. I
guerriglieri scoprirono il camion per farlo trovare al nemico e
si ritirarono nella foresta ad aspettare.
Arrivarono le avanguardie in motocicletta, videro il camion
e si infervorarono. Poco dopo si fermarono tre trasporti truppe
da cui scesero decine di soldati, pronti ad affrontare un'altra
imboscata. Avanzarono con lentezza e circospezione fino
al veicolo, ma non successe nulla. Quando capirono che il nemico
non c'era si rilassarono e si sparpagliarono starnazzando
intorno all'automezzo. Quando il loro ufficiale and impettito
a controllarlo, l'artificiere nascosto a un'ottantina di
metri tir un filo. L'esplosione fu magnifica e fece volare decine
di corpi.
DuBose e i suoi la ammirarono ridendo, poi sgattaiolarono
lungo i sentieri. Ogni soldato portava tutte le armi e le scorte
che riusciva, e la strada tornava a salire. Pete e Clay erano a un
passo dal cedere, ma non si persero d'animo. Avevano marciato
in condizioni peggiori e sopportato sforzi pi tremendi.
Molte ore dopo il tramonto raggiunsero il primo avamposto e
crollarono. Informato dalle staffette, Lord Granger aveva mandato
altri uomini ad aiutarli nel trasporto. DuBose disse che potevano
fermarsi e accamparsi l. Altre staffette diedero la buona
notizia che nessuno li stava seguendo.
Mangiarono a saziet, si concessero persino un altro goccio
di sak. Pete e Clay trovarono un angolo sul pavimento terroso
di una capanna e rivissero quel giorno di gloria. Presto i loro
sussurri si spensero, e caddero in un sonno profondo.
La carovana scal le montagne per altri due giorni, fermandosi
spesso a riposare e mangiare. Due volte le staffette li avvertirono
che il nemico era vicino, li cercava dappertutto, e loro
dovettero cambiare strada. Gli Zero impazienti di mitragliare
pattugliavano i cieli come vespe arrabbiate, ma non vedevano
nulla. I guerriglieri si nascondevano nei burroni e nelle grotte.
Quando finalmente arrivarono alla base, Lord Granger li aspettava,
e accolse ognuno di loro con un sorriso e un abbraccio.
Splendido lavoro, ragazzi, splendido lavoro. A parte le vesciche
ai piedi e i muscoli indolenziti, nessuno si era fatto un graffio.
Riposarono per giorni, finch non ricominciarono ad annoiarsi.
La stagione delle piogge scoppi furiosa quando un tifone invest
le Filippine settentrionali. Le montagne furono colpite da
nubifragi e venti che strappavano il tetto alle capanne di bamb.
Nei momenti peggiori i guerriglieri dovevano ripararsi nelle
grotte e rimanere nascosti anche per due giorni di fila. I sentieri
fangosi erano impraticabili.
La guerra per infuriava, e uomini e scorte giapponesi continuavano
a circolare. Spesso i convogli nemici si impantanavano
nel fango e rimanevano bloccati a lungo. Diventarono bersagli
facili per i guerriglieri, che si spostavano pi lentamente
ma a piedi. Granger teneva occupate le sue squadre, che colpivano
gli obiettivi con attacchi brutali e poi sparivano nella foresta.
Le ritorsioni giapponesi erano spietate ed a farne le spese
erano i civili.
Pete fu promosso maggiore della Resistenza nel settore occidentale
di Luzon e messo a capo della Truppa G, venti uomini
tra i quali Clay e Camacho. L'esercito ufficiale non avrebbe riconosciuto
la sua promozione, ma ormai si era ritirato in Australia
insieme a MacArthur: Lord Granger promuoveva chi riteneva
degno.
Durante una ritirata, dopo un riuscito assalto a un convoglio,
il maggiore Banning e i suoi uomini incrociarono un barrio.
Sentirono odore di fumo e presto si trovarono davanti a
una scena orribile: i giapponesi avevano razziato e distrutto il
villaggio. Tutte le capanne andavano a fuoco, i bambini strillavano
e correvano ovunque. Al centro dell'insediamento c'era
una quindicina di cadaveri con le mani legate dietro la schiena.
Erano insanguinati e mutilati; poco pi in l, in fila, c'erano le
loro teste. A terra giacevano diverse donne, uccise dai proiettili.
Un ragazzino sbuc dalla foresta e corse incontro ai guerriglieri
strillando e piangendo. Camacho lo ferm e gli parl in
dialetto. Mentre frignava, il ragazzino agitava i pugni contro
gli americani, arrabbiato.
Ce l'ha con noi spieg Camacho. Dice che siamo stati noi
a portare qui i giapponesi. Poi continu a parlare con il ragazzino,
che era inconsolabile. Dice che qualche ora fa sono venuti
i giapponesi e hanno accusato la gente del villaggio di aver aiutato
gli americani. Pretendevano di sapere dove si nascondono,
e siccome nessuno lo sapeva hanno reagito cos. Sua madre e
suo padre sono stati ammazzati. Hanno portato via sua sorella
e altre ragazze. Le violenteranno e ammazzeranno anche loro.
Pete e i suoi erano senza parole. Ascoltavano il dialogo e guardavano
sbigottiti la carneficina.
Dice che suo fratello  andato a dire ai giapponesi che siamo
qui. Che  tutta colpa vostra, colpa vostra. Colpa degli americani
aggiunse Camacho.
Digli che combattiamo contro i giapponesi, che anche noi li
odiamo fece Pete. Che stiamo dalla parte dei filippini.
Camacho ci prov, ma il ragazzo era fuori di s. Piangeva
disperato e agitava i pugni contro Pete. Alla fine and di corsa
dai morti. Ne indic uno e strill qualcosa.
 suo padre spieg Camacho. Li hanno costretti a guardare
mentre li decapitavano uno alla volta, e hanno minacciato di
uccidere anche loro se non gli avessero dato le informazioni.
Il ragazzino spar nella giungla. I bambini si stringevano alle
madri defunte. Le capanne bruciavano. I guerriglieri avrebbero
voluto aiutarli in qualche modo, ma la situazione era troppo
pericolosa. Andiamo via disse Pete. Si incamminarono nel
fango mentre cominciava a cadere una pioggia fitta, poi si accamparono
sotto tettoie improvvisate e teli che perdevano acqua.
Non smetteva di piovere, e dormirono poco.
Negli incubi, Pete rivide la scena macabra.
Tornato alla base fece rapporto a Lord Granger e descrisse
l'assalto al barrio. Granger si sforz di non mostrare emozioni,
ma sapeva che il maggiore Banning era scosso. Gli ordin di riposare
per qualche giorno.
Quella sera, intorno al fuoco, Pete e Clay raccontarono l'episodio
agli altri americani, che ne avevano viste di tutti i colori e
ormai a certe storie erano abituati. La barbarie del nemico non
aveva limiti, e i guerriglieri giurarono che l'avrebbero combattuto
ancora pi ferocemente.
...
33.

Il cotone cresceva anche senza Pete, e a met settembre lo si cominci
a raccogliere. Il clima cooperava, i prezzi alla Borsa di
Memphis erano stabili, i braccianti lavoravano dall'alba al tramonto
e Buford riusciva a trattenere abbastanza lavoratori itineranti.
Il raccolto port un briciolo di normalit a una terra e
a una comunit che viveva sotto le nubi tetre della guerra. Tutti
conoscevano almeno un soldato che aspettava di partire o stava
combattendo. Pete Banning era stato il primo caduto della
contea di Ford, e dopo di lui altri ragazzi erano rimasti uccisi,
feriti o dispersi.
Dopo quattro mesi di vedovanza, Liza era riuscita a trovare una
parvenza di routine. Dopo che i ragazzi andavano a scuola prendeva
il caff con Nineva, che a poco a poco divent la sua confidente
e la sua roccia. Trafficava nell'orto con Amos e Jupe, faceva
il punto sul raccolto insieme a Buford, cercava di evitare
la citt. Si era stancata in fretta di sentirsi chiedere da chiunque
come stava, se ce la faceva, se i ragazzi se la cavavano. Appena
la avvistavano era costretta a sopportare gli abbracci e le lacrime
di persone che nemmeno conosceva. Per il bene dei suoi
figli costringeva la famiglia ad andare in chiesa, ma lei, Joel e
Stella cominciarono a stufarsi della messa domenicale e di tanto
in tanto la saltavano per evitare le interminabili condoglianze;
preferivano fare un brunch in veranda da Florry. Nessuno
li biasimava.
Quasi tutte le mattine feriali, Dexter Bell andava a trovare
Liza. Prendevano il caff, recitavano un inno e una preghiera.
Si chiudevano nello studio di Pete a parlare sottovoce. Nineva,
come sempre, ronzava nei paraggi.
Pete era lontano da quasi un anno e Liza era certa che non
sarebbe tornato mai pi. Se fosse stato vivo avrebbe trovato il
modo di spedirle una lettera o un messaggio, invece i giorni e
le settimane passavano nel silenzio, e lei accett l'indicibile realt.
Ma non lo confessava a nessuno, si faceva coraggio e affrontava
le giornate nere come se ci fosse ancora speranza. Era importante
per Joel e Stella, per Nineva, Amos e tutti gli altri, per
in privato piangeva per ore al buio nella sua stanza.
Joel stava per finire le scuole superiori e parlava di arruolarsi.
A diciassette anni, dopo il diploma, con il consenso della
madre sarebbe potuto entrare nell'esercito. Lei non intendeva
darglielo, parlarne la turbava. Aveva gi perso il marito, non
voleva perdere anche un figlio. Stella litigava con Joel per fargli
passare quell'idea assurda, e lui si rassegn a non toccare
pi l'argomento. Il suo futuro era all'universit.

All'inizio di ottobre le piogge cessarono e il cielo si schiar. Dalla
terra fradicia nacque una nuova ondata di zanzare e sui guerriglieri
si abbatt la malaria. Quasi tutti ne avevano gi sofferto,
alcuni addirittura per tre o quattro volte, e ormai ci convivevano.
Ognuno era fornito di flaconi di chinino e curava i compagni
pi ammalati.
Tornate praticabili le strade aument anche il traffico dei convogli
giapponesi, ma spesso i guerriglieri erano troppo deboli
per colpire. Pete era un po' ingrassato ma immaginava di essere
ancora venti chili al di sotto del peso forma; a un certo punto
la febbre ed i brividi lo misero al tappeto per una settimana.
Durante un momento di parziale lucidit, avvolto in una coperta,
si rese conto che era il 4 ottobre, e che un anno prima era
partito da casa. Era stato senza dubbio l'anno pi memorabile
della sua vita.
Mentre dormiva, una staffetta and ad avvertirlo che Lord
Granger lo chiamava a rapporto. Insieme a Clay usc malfermo
dalla capanna e raggiunse il generale. Secondo le loro spie,
un grosso convoglio di autobotti stava per partire da un porto
verso l'entroterra. Un'ora dopo, la Truppa G era gi in marcia
al buio. Si un alla truppa di DuBose e, dopo aver bivaccato, i
quaranta guerriglieri partirono per la missione, quasi tutti indeboliti
dalla malaria ma entusiasti. Pioggia e zanzare non avevano
fermato la guerra.
Il genio dell'esercito imperiale aveva tracciato una nuova strada
per i rifornimenti e Granger era venuto a saperlo. DuBose fu
il primo a trovarla, e insieme a Pete e ai loro uomini and in cerca
di un punto da cui tendere l'imboscata. Non lo trovarono, e
mentre tornavano indietro quattro Zero sbucarono all'improvviso
oltre le chiome degli alberi. I maggiori Banning e DuBose
ordinarono ai loro soldati di ritirarsi su un pendio e di nascondersi
nella vegetazione. Poco dopo apparve un'unit di ricognizione,
due plotoni di fanti giapponesi che, armati di machete, si
facevano largo attraverso la vegetazione ai lati della strada per
stanare i guerriglieri. Era una tattica nuova, per un convoglio
evidentemente prezioso. Poi ecco il rumore dei camion, tanti. A
bordo del cassone aperto dei primi tre c'erano dei soldati pronti
all'azione. Dietro di loro giunsero sei autocisterne piene fino
all'orlo di benzina e gasolio. Altri tre trasporti truppe le coprivano
alle spalle.
I guerriglieri avrebbero dovuto attaccare con le bombe a mano
e innescare un'enorme palla di fuoco, ma non erano abbastanza
vicini. L'obiettivo era allettante, ma il saggio maggiore Banning
stette alla larga e lo segnal a DuBose, un centinaio di metri pi
in l. L'altro maggiore era d'accordo e i guerriglieri arretrarono.
Il convoglio pass lento e dopo un po' spar.
Tornarono alla base con il morale a terra.
Oltre che di torme di zanzare, il cielo sereno si riemp di Zero
e aerei da ricognizione. Granger temeva che i giapponesi lo
avessero localizzato e si stessero avvicinando, ma continuava
a ritenere improbabile un attacco va terra. Il nemico non sembrava
interessato a una lunga battaglia in montagna, su un terreno
impervio. A preoccupare davvero Granger era la minaccia
dall'aria. Poche bombe ben lanciate potevano fare danni smisurati.
Ogni giorno parlava con i suoi comandanti della possibilit
di spostare la base, ma non riusciva a convincerli. Erano
mimetizzatissimi, le scorte e gli armamenti nelle grotte intoccabili.
Spostando la base avrebbero creato troppo movimento
visibile dal cielo. L stavano comodi e sentivano di poter difendere
qualunque cosa.
Un informatore trasmise la notizia che i giapponesi offrivano
una taglia di cinquantamila dollari per la testa di Lord Granger,
che lo consider un onore. La cattura di qualunque ufficiale
americano legato alla Resistenza poteva fruttarne fino a
cinquemila.
Un pomeriggio, mentre giocavano a cribbage e bevevano il t,
Granger diede a Pete una scatola verde di metallo grossa quanto
un mattone, ma molto pi leggera, con una manopola e un interruttore.
Questo giocattolo si chiama bomba Lewes spieg
il generale. La fabbrica un artificiere di Manila. Dentro ci sono
mezzo chilo di plastico, cento grammi di termite, un po' di gasolio
e un detonatore. Il fondo  calamitato. La attacchi a un aereo
vicino al serbatoio del carburante, giri la manopola, premi
l'interruttore, te la dai a gambe e qualche minuto dopo ti godi i
fuochi d'artificio.
Pete la ammir e la pos sul tavolo. Geniale.
Se l' inventata un certo John Lewes, un guerrigliero britannico,
in Nord Africa. Con queste i nostri hanno fatto fuori
interi stormi di aerei italiani e tedeschi. Gran bell'idea, direi.
Quindi?
Quindi a Fort Stotsenburg i gialli tengono un centinaio di
Zero, i maledetti rompipalle che ci tormentano. Pensavo a un
raid. Immagino che tu conosca bene il posto.
Benissimo. Era la base del 26 Cavalleria. Ci sono stato prima
delle ostilit.
Si pu fare, maggiore? I gialli ci resterebbero secchi.  pericoloso
da matti, per.
 un ordine?
Non ancora. Pensaci. Tu e DuBose, quaranta uomini. Altri
quaranta da una base attiva sopra lo Stotsenburg. Da Manila
possiamo far arrivare le bombe Lewes a una postazione vicina
al forte. Da qui sono tre giorni di tragitto faticoso. State pronti
al raid, ma prima date un'occhiata. La sicurezza  massima,
ci sono gialli dappertutto. Se  impossibile, lasciate perdere e
tornate indietro interi.
Mi piace disse Pete, che continuava ad ammirare la bomba
Lewes.
Ho mappe, cartine e tutto il resto. Un sacco di agenti sul territorio.
Comandi tu,  tutto tuo. E probabilmente non tornerai.
Quando si parte?
Siete abbastanza forti, nonostante i brividi?
Abbiamo tutti la febbre, ma io mi sto riprendendo.
Sicuro? Puoi dire di no. Come sai, io non ordino missioni
suicide.
Torneremo, glielo prometto. Oltretutto mi annoio.
Splendido, maggiore, splendido.
Partirono con il buio, seguiti a mezz'ora di distanza da DuBose
con la Truppa D. Marciarono per dieci ore ed all'alba si fermarono
sopra un villaggio. Riposarono per tutto il giorno e notarono
diverse pattuglie giapponesi nella zona. Di sera ripresero il cammino.
Le montagne divennero colline e la vegetazione si dirad.
All'alba del terzo giorno erano su un'altura e, in mezzo alla piana
sconfinata, a due chilometri scarsi da loro, videro Fort Stotsenburg.
Dalla sua posizione, Pete consider quant'era vasto il suo
vecchio forte. Oltre al 26 Cavalleria, prima della guerra vi
avevano alloggiato anche quattro reggimenti di artiglieri, due
americani e due filippini, e il 12 reggimento del Commissariato
militare. Le caserme ospitavano ottomila soldati. I maestosi
pilastri della cancellata erano visibili gi da l. In mezzo
a due lunghe piste c'erano decine di edifici che una volta appartenevano
ai buoni e che adesso pullulavano di cattivi. Dietro
di loro c'erano le piazze d'armi dove Pete aveva giocato a
polo, ma il momento scoraggiava la nostalgia. Lungo le piste
sostavano in file ordinate un'infinit di Zero e una ventina di
caccia biposto che gli Alleati chiamavano "Nick". Intorno al
forte non c'erano mura, palizzate o filo spinato, ma soltanto
migliaia di giapponesi che badavano agli affari loro. Le truppe
si addestravano sulle piazze d'armi mentre gli Zero decollavano
e atterravano.
Le staffette li portarono a un avamposto dove li aspettava
la squadra guidata dal capitano Miller, un soldato del Minnesota
con la faccia da bambino. Comandava dieci uomini, filippini
che conoscevano bene la zona, ed era in attesa di un'altra
squadra che sarebbe dovuta arrivare gi il giorno prima. Mentre
la aspettavano, i militari studiarono le cartine. A mezzanotte
cal il silenzio sul forte e Pete, DuBose e Miller si avvicinarono
di soppiatto a perlustrare il terreno. Tornarono all'alba,
esausti ma con un piano.
Il carico di bombe Lewes non arrivava; per due giorni attesero
notizie da Manila e i guerriglieri promessi da Granger, che
non si materializzarono. Pete temeva che li avessero catturati
e che la missione fosse compromessa. Aveva a disposizione
in tutto cinquantacinque uomini per creare scompiglio. Il terzo
giorno le scorte di viveri cominciavano a scarseggiare e gli
uomini erano irritabili. Il maggiore Banning li rimproverava e
manteneva la disciplina.
Alla fine arrivarono le bombe, sul dorso di tre muli accompagnati
da ragazzi, adolescenti smilzi dall'aria insospettabile. Ancora
una volta Pete fu sbalordito dalla rete di contatti di Granger.
Il forte era appena fuori dalla citt di Angeles, un centro piuttosto
esteso con centomila abitanti e svariati bar e bordelli in
cui si intrattenevano gli ufficiali giapponesi. La missione cominci
all'una di notte con il furto di un'auto, quando due capitani
ubriachi uscirono barcollando da un locale, pronti a tornare
al forte. Tre guerriglieri filippini travestiti da contadini li
sgozzarono in un vicolo, rubarono le loro uniformi e le indossarono.
Spararono tre colpi, il segnale convenuto, e dopo dieci
minuti passarono in auto davanti alle sentinelle all'ingresso
del forte. Parcheggiarono di fronte alla residenza del comandante
e sparirono nel buio. Sotto il telaio dell'auto c'erano tre
bombe Lewes, e l'esplosione sconvolse la nottata tranquilla. I
guerriglieri nascosti dietro la palestra cominciarono a sparare
in aria, e le guardie andarono nel panico.
Di notte gli aerei erano sorvegliati da vicino. L'esplosione ed i
colpi d'arma da fuoco, per, attirarono le sentinelle in direzione
del trambusto. Il maggiore Banning cal sulle piste da nord,
DuBose da est, Miller da ovest. Abbatterono tutti i sorveglianti
che incontravano e cominciarono subito a piazzare bombe
Lewes al di sotto di un'ottantina di odiati Zero. Al buio i piccoli
e preziosi ordigni erano invisibili.
Mentre si ritiravano, Don Bowmore, un attaccabrighe di Philadelphia,
fu centrato alla testa da un proiettile. Era vicino a Pete,
che spar subito alla sentinella e tir su il compagno. Camacho
lo aiut a trascinarlo al coperto, un centinaio di metri pi in l,
ma era morto all'istante. Quando se ne accorse, Pete decise di
lasciarlo l. Il codice della giungla lo imponeva, per i guerriglieri
la velocit era essenziale. Pete prese il fucile di Bowmore e lo
diede a Camacho. Dalla fondina del compagno sfil la Colt calibro
45 che avrebbe usato fino alla fine della guerra e portato
con s nel Mississippi.
In pochi minuti i guerriglieri si rintanarono al buio, mentre
fari e sirene si accendevano e centinaia di soldati giapponesi
spaventati si precipitavano dentro e fuori dalle caserme. La
maggior parte si radun intorno all'auto in fiamme ad aspettare
ordini. Gli ufficiali disorientati non riuscivano a mettersi
d'accordo sul da farsi. Gli spari erano cessati. Le sentinelle riuscirono
a convincere gli ufficiali che l'obiettivo dell'incursione
erano gli aerei. Quelli organizzarono pattuglie per controllarli,
ma a quel punto cominciarono i fuochi d'artificio.
Cinque minuti dopo aver piazzato le bombe, Pete ordin ai
suoi uomini di fermarsi. Si voltarono a guardare. Le esplosioni
non erano potenti ma piuttosto colorate e di notevole efficacia.
In rapida successione diedero fuoco ai serbatoi degli Zero e li
fecero saltare. Ogni caccia, schierato in ordine con gli altri, veniva
divorato dalle fiamme. I soldati, sconvolti, indietreggiavano
nel bagliore glorioso.
Pete si godette lo spettacolo per un breve momento, poi ordin
ai suoi la ritirata rapida. Non potevano sprecare tempo ridendosela:
i giapponesi stavano per sguinzagliare le pattuglie.
Soltanto nella giungla i guerriglieri potevano sentirsi al sicuro.
Le perdite erano state sorprendentemente poche, ma importantissime.
Tre dei loro avevano riportato ferite leggre che non
compromettevano la fuga. Oltre a Bowmore, le sentinelle avevano
ucciso un filippino; altri due erano stati colpiti e catturati:
li aspettavano la prigione e la tortura.
All'avamposto contarono cinquantuno sopravvissuti. Erano
euforici per il successo e l'adrenalina ancora in circolo, ma
quando Pete seppe dei due prigionieri cap che erano nei guai.
Li avrebbero torturati senza piet, e non si poteva mai dare per
scontato che in quelle condizioni un uomo non parlasse. C'era
chi sopportava un dolore incredibile senza cedere, ma anche
chi reggeva fino a un certo punto e poi spifferava. A volte forniva
informazioni false, a volte precise.
Comunque fosse, potevano considerarli morti.
Pete ordin ai suoi di portare un carico il pi leggero possibile
e di imboccare il sentiero. Salut Miller e gli altri e guid
le Truppe D e G nell'oscurit.

Il primo prigioniero filippino sanguinava copiosamente da una
ferita al petto. I giapponesi la esaminarono e dedussero che stava
morendo. Lo legarono a un tavolo, gli strapparono i vestiti
e gli fissarono dei cavi ai genitali. Colpito dalla prima scarica
elettrica, lui url e chiese piet. Dalla stanza accanto, l'altro filippino,
anch'egli legato a un tavolo, lo ud.
Il primo non diede informazioni. Quando perse i sensi lo portarono
fuori e lo decapitarono con la spada. Un ufficiale torn
dentro con la testa e la pos sul petto del secondo. Gli spieg ci
che era ovvio: se non vuoti il sacco, tra poco i tuoi segreti verranno
nella tomba con te. Gli strinsero i cavi intorno ai testicoli
e al pene, e dopo mezz'ora lui cominci a parlare. Gli tolsero
di dosso la testa mozzata, che misero in un angolo. Gli liberarono
i genitali e, una volta seduto, gli fecero bere un po' d'acqua.
Un dottore gli controll il perone sbriciolato e se ne and
senza curarlo. Il prigioniero fece il nome del generale Bernard
Granger e diede una falsa posizione della sua base sulle montagne.
Fece i nomi di tutti gli ufficiali americani che conosceva
e rivel che a guidare il raid era stato il maggiore Pete Banning.
Non sapeva chi avesse fabbricato le bombe, ma venivano da
Manila. Non gli risultava che ci fossero altri raid in programma.
Torn il dottore. Gli pul la ferita, la fasci e gli diede antidolorifici
che non servirono a molto. L'interrogatorio dur una notte
intera. Quando non sapeva che cosa rispondere, il prigioniero inventava.
Pi parlava, pi i giapponesi diventavano amichevoli.
All'alba gli diedero del caff caldo e una pagnotta, e lo informarono
che per ringraziarlo della collaborazione gli avrebbero riservato
un trattamento speciale. Quando fin di mangiare lo trascinarono
in un angolo della piazza d'armi, dove il cadavere del suo
compagno decapitato era appeso per i piedi a un patibolo. Poco
lontano, gli scheletri di settantaquattro Zero ardevano ancora.
Legarono il prigioniero per i polsi e lo presero a frustate davanti
a un capannello di soldati che ridevano e si godevano lo
strazio. Quando perse i sensi lo lasciarono a cuocere al sole,
mentre cominciava la bonifica delle piste.
...
34.

Quando la notizia del raid allo Stotsenburg arriv in Australia,
il generale MacArthur reag con entusiasmo e invi immediatamente
un telegramma al presidente Roosevelt; com'era nel suo
stile, si prese il merito di un'operazione di cui era venuto a conoscenza
solo una settimana dopo la sua conclusione. Scrisse
che i suoi commando avevano eseguito il suo piano dettagliato
con incredibile audacia e avevano subto perdite irrisorie. I
suoi guerriglieri stavano attaccando i giapponesi in tutta Luzon,
mentre lui orchestrava tattiche per creare scompiglio dietro
le linee nemiche.
Il raid mise in difficolt il nemico, e lo fece infuriare; quando
gli uomini delle Truppe D e G arrivarono esausti e affamati
al campo, quattro giorni dopo l'attacco, il cielo brulicava di
nuovi Zero. I giapponesi potevano attingere a una riserva infinita
di rinforzi e si impegnarono ancora di pi per trovare
Granger. Non ci riuscirono, ma le continue mitragliate a bassa
quota verso tutto ci che si muoveva sulle montagne costrinsero
i guerriglieri a mimetizzarsi ancora meglio e a rintanarsi
ancora di pi nel cuore della giungla. Un ulteriore ostacolo ai
loro spostamenti.
I giapponesi rafforzarono i pattugliamenti attorno ai villaggi
alle altitudini pi basse e perseguirono gli autoctoni. Il cibo
divenne pi scarso e il risentimento nei confronti degli americani
crebbe. Incapace di starsene seduto con le mani in mano,
Granger cominci a inviare squadre che tendessero imboscate
alle pattuglie giapponesi. Le strade principali e i convogli erano
ben protetti, impossibili da colpire. I suoi uomini si distribuirono
perci lungo i sentieri secondari, in agguato. Gli attacchi
erano rapidi e causavano feroci sparatorie che fecero cessare le
perlustrazioni. I soldati della fanteria giapponese non potevano
competere con i guerriglieri nascosti nella giungla, che per
giunta erano ottimi cecchini. Con il passare delle settimane e
l'aumentare delle vittime, il nemico perse interesse nel trovare
Granger e si ritir verso le valli, a difesa delle strade principali.
Ai guerriglieri e alle loro fonti non giunse mai voce che stesse
preparando un attacco in piena regola alla loro base.
Granger e le sue forze sempre pi numerose erano in salvo
sulle montagne, ma la guerra si consumava altrove. Nella primavera
del 1943 i giapponesi controllavano tutto il Pacifico meridionale
e cominciavano a minacciare l'Australia.

Il ponte attraversava il fiume Zapote sul fondo di una vallata
ripida e impervia. I dirupi su entrambi i lati erano talmente
scoscesi che percorrerli a piedi era impossibile. Il fiume era
stretto ma profondo e con correnti impetuose, e i genieri giapponesi
non erano stati in grado di fabbricare chiatte adeguate
ad attraversarlo. Perci avevano edificato un ponte di narra, alberi
robusti che sull'isola si trovavano dappertutto. La costruzione
era stata complessa e aveva causato la morte di decine
di schiavi filippini.
Quando Granger ricevette l'ordine di distruggerlo invi in ricognizione
il maggiore Banning e il maggiore DuBose con una
squadra di dieci uomini; dopo due giorni di faticosa camminata
arrivarono a una dorsale sicura da cui osservare il ponte,
da almeno un chilometro e mezzo di distanza. Presero i binocoli
e lo tennero d'occhio per ore: i convogli non si fermavano
mai. Di tanto in tanto passava un furgone o un camion isolato,
o qualche berlina degli ufficiali. L'importanza del ponte era
palese, visto il numero di soldati che lo sorvegliavano. A ogni
lato c'era un avamposto con parecchi militari, e ciascun casotto
era sormontato dai mitra. Pi in basso, sulle sponde del fiume,
i giapponesi accampati attorno ai piedritti del ponte erano
ancora pi numerosi. La corrente era troppo veloce ed impetuosa
per le barche.
Quando fece buio i convogli cominciarono a diminuire. Alle
otto di sera il ponte era molto meno affollato. I giapponesi avevano
imparato che il nemico attaccava pi facilmente di notte,
perci tenevano i rifornimenti lontani dalla strada. Di tanto
in tanto un furgone - presumibilmente vuoto - attraversava il
ponte diretto a ovest per essere ricaricato.
Banning e DuBose concordarono che far saltare il ponte con
gli esplosivi era impossibile, e un assalto con uomini e pistole
sarebbe stato un suicidio. I guerriglieri non possedevano artiglieria,
fatta eccezione per qualche lanciagranate.
Tornarono al campo e si consultarono con Granger, che non
fu sorpreso. Le sue staffette gli avevano riportato le stesse informazioni.
Dopo un giorno di riposo, i comandanti si riunirono
con il generale nella sua tenda, e davanti a una tazza di t
discussero le varie opzioni, poche delle quali erano praticabili.
Misero a punto un piano, l'unico progetto con qualche remota
possibilit di successo.
La maggior parte dei convogli era carica di armamenti, provviste,
carburante ed altri rifornimenti che partivano dai numerosi
porti della costa occidentale di Luzon e viaggiavano tra le
montagne lungo una serie di strade e ponti che i giapponesi,
con grande fatica, tenevano in buone condizioni. La prima tappa
per tutti i furgoni era un forte di smistamento delle munizioni
fuori dalla citt di Camiling, dove in depositi sconfinati
erano conservate armi sufficienti a vincere la guerra. I rifornimenti
erano sottoposti a inventario e messi al sicuro, dopodich
venivano distribuiti a Luzon. Conquistare Camiling era il
sogno di ogni guerrigliero, e i giapponesi lo sapevano. Persino
Granger aveva decretato il forte impossibile da attaccare.
Il traffico merci attorno a Camiling era caotico e le strade inadeguate,
perci i giapponesi ne costruirono in fretta e furia di
nuove. Spesso l'esercito si portava dietro gentaglia di ogni genere,
e intorno alla citta c'erano svariati posti di ristoro, locali,
bar, pensioni dozzinali, bordelli e fumerie d'oppio.
Al maggiore Banning serviva un autocarro vuoto con la copertura
di tela, e fuori dai locali e dai bar affollati ce n'erano
un mucchio, parcheggiati in colonne sulla strada principale per
Camiling. Camacho e Renaldo indossarono le divise da ufficiali
dell'esercito imperiale. Il travestimento era curato nei minimi
dettagli: avevano persino gli occhiali dalla montatura rotonda
in metallo portati da quasi tutti i giapponesi e odiati da tutti gli
americani. L'autocarro che tenevano d'occhio era vuoto, ma diretto
a ovest per essere caricato, e con il serbatoio pieno.
Dopo un paio di birre, i due conducenti, entrambi soldati
semplici, uscirono dal bar e si diressero al mezzo, dove si trovarono
davanti Camacho e Renaldo che cominciarono subito a
prenderli a pugni. Fuori dai bar le zuffe erano comuni - dopotutto
erano soldati - e nessuno ci faceva caso. La rissa si interruppe
all'improvviso quando Camacho tagli la gola ad entrambi
e li gett nel retro dell'autocarro, dove si nascondeva Pete,
che senza provare un briciolo di piet li guard dissanguarsi
mentre Camacho, al volante, si allontanava. Bivaccarono alla
periferia di un barrio insieme alle Truppe G ed M, poi caricarono
cinquanta chili di tritolo e settantacinque litri di gasolio. I
guerriglieri gettarono i due cadaveri in una scarpata e si ammassarono
nell'autocarro. Un'ora dopo, mentre si apprestavano
a iniziare la ripida discesa nella valle, il camion si ferm e
gli uomini scesero. Una staffetta li guid lungo un sentiero tortuoso
che portava allo Zapote.
Quando l'autocarro arriv al ponte ed al posto di blocco,
Camacho e Renaldo afferrarono le armi e trattennero il fiato. Dopo
ore di osservazione, sapevano che le guardie non controllavano
mai i veicoli giapponesi. Perch avrebbero dovuto? Ne transitavano
a centinaia ogni giorno e ogni notte. Nel retro, Pete era
rannicchiato con un dito sul grilletto del mitra. Le guardie notarono
appena l'autocarro e fecero cenno di passare.
Camacho si era offerto volontario perch era coraggioso e
non aveva paura dell'acqua. Renaldo aveva dichiarato di essere
un nuotatore eccellente. Da comandante, Pete non avrebbe
mai preso in considerazione l'idea di affidare a qualcun altro
quella missione cos pericolosa.
L'autocarro si ferm a met del ponte. Camacho e Renaldo si
sbarazzarono delle armi, si legarono due giubbotti salvagente
improvvisati e si precipitarono nel retro. Pete, che era diventato
bravo a usare gli esplosivi, azion il detonatore e pronunci
la parola d'ordine: Saltate.
Colpirono l'acqua nera e gelida dell'impetuoso Zapote e furono
trascinati dalla corrente. In prossimit di un'ansa a meno di
un chilometro da dov'erano caduti, DuBose si arrampic su una
roccia e rimase in attesa. I suoi erano in acqua, legati a formare
una catena umana, pronti a tirare i compagni fuori dal fiume.
L'esplosione fu bellissima, un urto violento in una silenziosa
notte di luna. Invest completamente l'autocarro e il ponte.
Le guardie, nel panico, cominciarono ad accorrere da entrambe
le direzioni, ma si resero conto di non poter fare niente. Quando
si accorsero che il ponte stava per crollare, si ritirarono per
mettersi in salvo.
Pete si dibatteva nella corrente, cercando di orientarsi. Il giubbotto
di salvataggio funzion e lui rimase a galla. Ud le grida
delle guardie ed i colpi d'arma da fuoco, ma trascinato dall'acqua
si sentiva al sicuro. Nuotare era impossibile, e in pi di
un'occasione la corrente lo sommerse, ma si dimen per tornare
a respirare. Per una frazione di secondo si guard alle spalle
ed intravide l'autocarro in fiamme. In prossimit dell'ansa, fin
contro alcuni massi nascosti che gli spezzarono la gamba sinistra.
Il dolore fu immediato e travolgente, ma Pete riusc ad allontanarsi
dalle rocce. Ben presto ud delle voci e grid una risposta.
Vicino all'ansa la corrente era meno intensa, e le voci
si fecero pi forti. Qualcuno lo afferr e lo tir sulla banchina.
Camacho era gi l, Renaldo no. Per qualche minuto osservarono
il fuoco in lontananza. Una seconda esplosione apr uno
squarcio nel ponte, e lo scheletro infuocato dell'autocarro cadde
nel fiume.
DuBose e Clay aiutarono Pete a tornare sul sentiero. Il dolore
era atroce, si irradiava dalla punta del piede ed arrivava all'anca.
Il trauma lo aveva stordito, per poco non perse conoscenza.
Dopo un breve tragitto si fermarono e DuBose gli fece un'iniezione
di morfina. Nella giungla i guerriglieri avevano costruito
parecchie barelle, perci tagliarono rapidi due canne di bamb
e le legarono con delle coperte. Nel frattempo gli altri perlustravano
inutilmente il fiume in cerca di Renaldo.
Il maggiore Banning si contorse in preda alla sofferenza per
due giorni, ma non si lament mai. La morfina era di grande
aiuto. Le staffette allertarono Granger, e quando i soldati cominciarono
a salire verso la base arriv un medico con altre dosi
del farmaco, insieme a una vera barella da campo. Il generale
se ne andava in giro tronfio come un pavone, abbracciando i
suoi uomini e promettendo medaglie.
Un medico stecc la gamba di Pete e lo inform che per
qualche mese non avrebbe poluto combattere. Il femore era
fratturato in almeno due punti, la tibia spezzata in altri due
e la rotula incrinata. Per sistemare la gamba ci voleva un intervento,
ma non era possibile. A Pete fu proibito uscire dalla
sua capanna per due settimane, e nel mentre si divert a farsi
servire da Clay.
Cominci subito ad annoiarsi e appena l'amico gli trov un
paio di stampelle le us per muoversi. Il medico gli ordin di
non alzarsi, ma Pete fece pesare la sua autorit e lo mand al
diavolo. Ogni mattina si piazzava sotto la tenda di Granger, e
fin per diventare una seccatura: dava consigli non richiesti su
tutti gli aspetti della guerriglia e delle operazioni, e, per farlo
stare zitto, Granger doveva tirare fuori la tavola da cribbage.
Pete lo batteva quasi tutti i giorni, e chiedeva di essere pagato
in dollari americani. Granger si limitava ad offrire dei "pagher".
Le settimane passavano e Pete aiutava il generale a progettare
un raid dietro l'altro. Guardava desolato i guerriglieri che pulivano
le armi, riempivano gli zaini e partivano per nuove missioni.
Clay fu promosso tenente e messo a capo della Truppa G.
In una mattina umida e brumosa di inizio giugno, una staffetta
entr di corsa nella tenda di Granger con la notizia che
DuBose e la truppa D erano caduti in un'imboscata. I guerriglieri
filippini erano morti, DuBose e due americani erano stati
catturati prima di potersi suicidare. Li avevano picchiati selvaggiamente
e portati via.
Pete zoppic fino alla sua capanna, sedette sulla branda e
pianse.

Nell'estate del 1944 le forze americane si trovavano a meno di
cinquecento chilometri dalle Filippine, abbastanza vicine da poter
bombardare i giapponesi con i B-29. I velivoli da combattimento
che partivano dalle portaerei americane cominciavano
a prendere di mira i campi d'aviazione nipponici.
I guerriglieri osservavano il cielo con feroce soddisfazione.
L'invasione americana era imminente, e MacArthur chiedeva
sempre pi spesso informazioni provenienti dalla giungla. I
giapponesi radunavano truppe e costruivano guarnigioni lungo
la costa occidentale di Luzon, e la situazione, almeno per i
guerriglieri, si fece pi pericolosa che mai. A loro era richiesto
sia di proseguire con i raid e le imboscate sia di sorvegliare spostamenti
e punti di forza delle truppe nemiche.
Granger si era procurato una radio funzionante, e di tanto in
tanto riusciva a mettersi in contatto con il quartier generale americano.
Aveva l'ordine di trovare il nemico e fare rapporto ogni
giorno. Le informazioni fornite dalla Resistenza nel settore occidentale
di Luzon divennero essenziali per l'invasione americana.
Granger fu costretto a suddividere i suoi uomini in gruppi
ancora pi piccoli e a mandarli ancora pi lontano.
Nella Truppa G erano rimasti Pete, Clay, Camacho, altri tre filippini
e tre staffette. La gamba rotta era guarita quanto bastava
per poter camminare, ma ogni passo era uno strazio. Sul campo
Pete si aiutava con una canna di bamb, sui sentieri stringeva
i denti e guidava i suoi uomini servendosi di un bastone da
passeggio e della morfina, che cominciava a scarseggiare.
Preparavano zaini pi leggeri e si spostavano ancora pi in fretta,
sfruttando le staffette per tenere informato Granger. Le perlustrazioni
andavano avanti per giorni e spesso si ritrovavano
senza cibo e munizioni sufficienti.
La fanteria giapponese cercava di fortificare Luzon, era
dappertutto. Tendere imboscate era sempre meno consigliato,
perch le sparatorie attiravano forze nemiche impossibili
da sconfiggere.

Il 20 ottobre 1944 la 6 Armata americana approd sulla costa
di Leyte, a est di Luzon. Con il supporto di bombardamenti
navali e aerei, forze americane ed australiane riuscirono
a sopraffare i giapponesi e proseguirono verso occidente. Il 9
gennaio 1945 la 6 Armata arriv a Luzon, sbaragli il nemico
e penetr rapidamente nell'entroterra. Granger cambi ancora
tattica e rinforz le sue squadre, che furono nuovamente
libere di tendere imboscate ai giapponesi in ritirata e di attaccare
i convogli.
Il 16 gennaio, dopo un raid andato a buon fine contro un piccolo
campo di munizioni, Pete e la Truppa G si imbatterono in
un intero battaglione giapponese, che cominci a sparare immediatamente
da tre direzioni, lasciando poche possibilit di
fuga. I giapponesi erano esausti quanto loro, ma avevano pi
soldati e pi armi. Pete ordin ai suoi uomini di nascondersi
dietro alcuni massi, e da l risposero al fuoco. Due filippini
vennero feriti. Cominciarono a piovere colpi di mortaio. Una
granata atterr vicino a Camacho e lo uccise all'istante. Un'altra
bomba arriv alle spalle di Pete e le schegge gli si conficcarono
nella gamba destra, quella sana. Cadde gridando e lasci
andare il fucile. Clay afferr il compagno, se lo mise in spalla e
scomparve nella boscaglia. Gli altri li coprirono per un po', poi
abbandonarono lo scontro e si dispersero come loro nella foresta.
C'era un solo sentiero e nessuno sapeva dove portasse, ma
lo percorsero. Evidentemente i giapponesi erano troppo stanchi
per seguirli e i colpi cessarono.
La gamba di Pete sanguinava; ben presto Clay si ritrov completamente
inzuppato, ma non si ferm. Arrivarono a un ruscello,
lo guadarono con cautela e alla fine crollarono in un boschetto.
Clay si sfil la camicia, la fece a pezzi e la leg pi stretta che
poteva intorno alle ferite di Pete.
Fumarono facendo il conto delle perdite. Erano morti quattro
uomini, incluso Camacho. Pete si sarebbe disperato pi
tardi. Sfior la sua Colt calibro 45 e ricord a Clay che non si
sarebbero fatti catturare vivi. Lui gli promise che non li avrebbero
mai presi. Per tutto il pomeriggio Clay e gli altri fecero a
turno per sorreggere Pete, che insisteva per camminare. Quando
cal il buio dormirono nei pressi di un barrio che non avevano
mai visto prima. Un ragazzo del posto indic due direzioni
diverse. Erano distanti dalla base di Granger, ma lui era
certo che da quelle parti ci fossero altri americani. Veri soldati,
non guerriglieri.
All'alba si rimisero in marcia e di l a poco arrivarono a una
strada. Nascosti tra i cespugli attesero finch non udirono gli
autocarri. Poi li videro: bellissimi e carichi di soldati americani.
Quando Pete si accorse che dall'antenna di una jeep sventolava
la bandiera a stelle e strisce gli venne da piangere. Cammin
da solo fino al centro della strada, con l'uniforme stracciata e
coperta di sangue, e aspett che la jeep si fermasse. Un colonnello
scese e gli and incontro. Pete fece il saluto militare ed annunci:
Tenente Pete Banning, 26 reggimento di Cavalleria,
esercito degli Stati Uniti. Classe 1925 di West Point.
Il colonnello lo osserv con attenzione, poi fece lo stesso con
la truppa inzaccherata attorno a lui. Malnutriti, con la barba
lunga, feriti, con un'accozzaglia di armi perlopi giapponesi.
Il colonnello non rispose al saluto; fece un passo avanti e abbracci
forte Pete.
I superstiti della Truppa G furono condotti al porto di Dasol,
dove la 6 Armata americana continuava a sbarcare. Decine di
mezzi riversavano soldati sulle spiagge mentre le cannoniere
perlustravano la costa. Migliaia di militari invasero il porto. Era
il caos, ma un caos bellissimo.
Gli uomini furono scortati in tutta fretta in una tenda di soccorso
dove poterono mangiare e farsi una doccia calda, usare sapone
e rasoio. Vennero visitati da medici abituati a trattare le ferite di
soldati giovani, non di guerriglieri che venivano dalla giungla e
avevano il fsico devastato dalle malattie. A Pete furono diagnosticate
la malaria, la dissenteria amebica e una grave malnutrizione:
pesava una sessantina di chili ma, per quanto magrissimo, negli
ultimi due anni e mezzo era riuscito a mettere su peso. Quando
aveva lasciato il campo Donnell doveva pesare una decina di
chili in meno. Lui e altri tre feriti furono visitati dai medici di un
ospedale attiguo. Stabilirono subito che Pete doveva essere operato
per rimuovergli una scheggia dalla gamba, perci gli venne
data la priorit. L'ospedale era zeppo di feriti dal fronte.
Clay e gli altri furono riforniti di divise nuove e pulite. Il suo
girovita era arrivato a misurare settanta centimetri, quindici in
meno rispetto ai tempi del centro di addestramento reclute.
Furono accompagnati alle loro tende e ricevettero un pass per la
mensa, dove mangiarono senza sosta.
Il giorno seguente Clay and a trovare in ospedale il suo comandante
e fu sollevato di sapere che l'intervento era andato
bene. I dottori erano in grado di curare le ferite, ma non avevano
gli strumenti per rimettere in sesto le ossa fratturate di Pete. Per
quello avrebbe dovuto aspettare di essere di nuovo negli Stati
Uniti. Pete e Clay erano preoccupati per i compagni al campo
base e pregarono per Camacho, Renaldo, uBose e gli altri che
non ce l'avevano fatta. Pensarono a coloro che stavano ancora
soffrendo al campo Donnell e negli altri campi di prigionia,
e pregarono che fossero rilasciati al pi presto. Riuscirono persino
a ridere di se stessi e delle loro avventure nella giungla.
L'indomani Clay torn con la notizia che gli era stata concessa
la scelta di combattere con la 6 Armata o di essere riassegnato
a una base negli Stati Uniti. Pete insistette perch tornasse
a casa, e Clay era d'accordo. Avevano combattuto abbastanza.
Tre giorni pi tardi Pete salut i suoi uomini, molti dei quali
non avrebbe mai pi rivisto. Lui e Clay si abbracciarono e promisero
di tenersi in contatto. Pete e dieci altri feriti gravi furono
caricati su un'imbarcazione-infermeria e trasportati a una grossa
nave ospedale militare. Aspettarono due giorni che si riempisse,
poi salparono diretti a casa. Sulla nave c'erano infermiere
carine che gli davano da mangiare quattro volte al giorno e
lo trattavano da eroe. Le loro gambe, il corpo tornito e il loro
profumo gli fecero desiderare pi che mai l'abbraccio di Liza.
Quattro settimane dopo, la nave approd nella baia di San
Francisco, e Pete ricord l'ultima volta che aveva visto il Golden
Gate Bridge. Era il novembre del 1941, poco prima di Pearl
Harbor.
Lo trasportarono al Letterman Army Hospital, nel Presidio.
Come tutti gli altri soldati a bordo, non desiderava altro che
un telefono.
...
35.

La notizia che Pete Banning era vivo fu ancora pi scioccante di
quella della sua morte. Nineva lo seppe per prima, perch quando
il telefono squill si trovava in cucina. Riluttante a rispondere
perch lo considerava un orpello dei bianchi, alla fine disse:
Casa Banning. Le parl un fantasma, il fantasma del signor
Banning. Quando si rifiut di credere che fosse davvero Pete,
lui alz la voce e le ordin di passargli sua moglie, e in fretta.
Liza era fuori dal fienile a reggere le briglie del suo cavallo
mentre Amos riparava una staffa. Entrambi si allarmarono
per le grida che provenivano dal portico, e andarono a vedere
cos'era successo a Nineva. La donna era fuori di s, piangeva
e strillava:  il signor Pete!  il signor Pete!  vivo,  vivo!.
Liza era sicura che Nineva avesse perso la testa, ma corse al
telefono. Quando ud la sua voce, per poco non svenne ma riusc
ad accasciarsi su una sedia. Non senza fatica, Pete la convinse
che era davvero vivo e le disse che lo stavano curando in un
ospedale di San Francisco. Aveva parecchie ferite ma tutti gli
arti interi, e si sarebbe rimesso. Voleva che lei partisse il prima
possibile. All'inizio Liza faticava a parlare e cerc di non scoppiare
in lacrime. Quando torn in s ricord che quella conversazione
probabilmente non era privata: sulla linea condivisa,
c'era sempre qualcun altro in ascolto. Rimasero d'accordo
che avrebbe avvertito Florry e insieme lo avrebbero chiamato
da una linea privata in citt. Mand Amos a prenderla mentre
lei si cambiava.

Agnes Murphy viveva a circa un chilometro e mezzo di distanza
lungo la strada principale e non si perdeva una telefonata.
I vicini sospettavano che non avesse niente di meglio da
fare che starsene seduta accanto alla cornetta e afferrarla al primo
squillo. In effetti aveva ascoltato la telefonata di Pete, incredula,
e aveva cominciato subito a chiamare le amiche in citt.
Florry arriv in fretta e furia e le due donne saltarono sulla
Pontiac di Liza, che odiava guidare ed era ancora pi imbranata
di Florry, ma in quel momento non aveva importanza. Si diressero
in citt a tutta velocit, sbandando e sollevando ghiaia.
Erano entrambe in lacrime e straparlavano. Ha detto che  ferito
ma che sta bene, lo hanno catturato ma  fuggito e negli
ultimi tre anni ha combattuto con la guerriglia raccont Liza.
Dio santissimo! continuava a ripetere Florry. Cosa diamine
 una guerriglia?
Non ne ho idea, non ne ho idea, non riesco a crederci.
Dio santissimo.
Parcheggiarono sgommando e corsero a casa di Shirley Armstrong,
la migliore amica di Liza. Quando le due donne arrivarono
con la notizia, la padrona di casa era occupata in cucina.
Dopo pianti e abbracci, Liza prese in prestito il suo telefono e
chiam l'ospedale di San Francisco. Mentre aspettava si asciugava
le lacrime e cercava di ricomporsi. Florry, invece, non se
ne preoccup e sedette sul divano a piangere rumorosamente
insieme a Shirley.
Liza parl con Pete una decina di minuti, poi pass la cornetta
a Florry. Si precipit fuori di casa, guid fino alla scuola,
and a prendere Stella in classe, la port in corridoio e le diede
la notizia sconvolgente. Quando usc dall'edificio, gli insegnanti
e il preside si stavano riunendo per un altro giro di abbracci
e congratulazioni.
Nel frattempo Florry non si staccava dal telefono. Chiam
l'ufficio del preside di facolt alla Vanderbilt e chiese che Joel
la contattasse subito. Chiam Dexter Bell in chiesa. Chiam
Nix Gridley in prigione. In qualit di sceriffo era il punto di riferimento
ufficioso per le notizie pi importanti della contea.
Entro un'ora dalla chiamata di Pete, ogni telefono in citt stava
squillando.
Liza e Florry tornarono a casa e cercarono di studiare un piano.
Era fine febbraio e i campi erano inattivi. I neri si stavano
raggruppando nel cortile sul retro per capire se era tutto vero.
Liza, dal portico, conferm la notizia. Dexter e Jackie Bell arrivarono
per primi per condividere quel momento, e ben presto
furono seguiti da una sfilata di auto degli amici.
Due giorni dopo, Florry accompagn Liza alla stazione, dove
furono accolte da una festa. Liza ringrazi e abbracci tutti, poi
part per il viaggio di tre giorni fino a San Francisco.

Il primo intervento dur otto ore, durante le quali i medici si
dedicarono al delicato compito di rompere e rimettere a posto
la maggior parte delle ossa della gamba di Pete. Quando ebbero
finito, il paziente era immobilizzato da uno spesso strato
di gesso che andava dall'anca alla caviglia, con perni e viti che
spuntavano qua e l. La gamba era tenuta dolorosamente sollevata
da una serie di cinghie, pulegge e catene. Quella destra
era avvolta dalla garza, e faceva altrettanto male. Le infermiere
gli somministravano antidolorifici e, per i primi due giorni
dopo l'intervento, Pete dorm quasi sempre.
E fu una benedizione. Durante il mese trascorso sulla nave-ospedale
era stato tormentato da incubi e flashback, dormendo
pochissimo. Gli orrori degli ultimi tre anni non gli davano
tregua n di giorno, n di notte. Uno psichiatra pass del tempo
con lui e lo fece parlare, ma rivivere quell'inferno peggiorava
la situazione. Le medicine non facevano che confonderlo.
Un attimo era euforico e rideva, quello dopo sprofondava nella
depressione pi cupa. Di giorno dormiva ad intermittenza e
spesso la notte si svegliava gridando.
Quando le infermiere del Letterman seppero che sua moglie
stava venendo a trovarlo, diminuirono la dose di antidolorifici.
Doveva essere il pi lucido possibile.
Liza segu un'infermiera nel reparto e vide due lunghe file di
letti separati da tende sottili. Mentre avanzava non riusc a impedirsi
di guardare gli altri pazienti, perlopi ragazzi che avevano
finito da poco le superiori. Quando l'infermiera si ferm,
liza prese un respiro profondo e tir la tenda. Fece attenzione
a non toccare le cinghie e le gambe ferite, e, sorpresa dal suo
stesso comportamento, si gett sul petto del marito per stringerlo
forte. Pete invece lo sognava da anni.
Era pi bella che mai. Vestita bene e con quel profumo che lui
non aveva mai dimenticato, lo baci e bisbigliarono, singhiozzarono,
risero mentre il tempo si fermava. Le afferr il posteriore
davanti a tutti, e a lei non importava un bel niente. Se la
strinse al petto, e in quel momento ogni cosa era al suo posto.
Parlarono a lungo, a voce bassissima. Joel, Stella, Florry, la
fattoria, i loro amici, i pettegolezzi di Clanton. Parlava soprattutto
lei, perch lui non aveva voglia di descrivere quello che
aveva passato. Quando arrivarono i medici le riassunsero rapidamente
le condizioni del paziente e le spiegarono cosa aspettarsi.
Prevedevano diversi altri interventi e una lunga convalescenza,
ma con il tempo sarebbe tornato quello di prima.
Un inserviente le procur una sedia con un cuscino e una
coperta, e lei si mise comoda. Aveva portato libri e riviste, lesse
qualcosa a Pete e continuarono a parlare a lungo. Lo salut
solo quando fece buio e torn in albergo.
Ben presto Liza impar i nomi degli altri ragazzi ricoverati,
con i quali flirtava senza vergogna. Quando c'era lei si ringalluzzivano,
felici di avere una donna cos bella e vivace che
li ricopriva di attenzioni. In pratica era lei a dirigere il reparto.
Scriveva lettere alle loro fidanzate e telefonava alle madri,
e aveva sempre notizie belle ed ottimistiche, a prescindere dalle
ferite. Leggeva le lettere che arrivavano da casa, spesso lottando
contro le lacrime. Quando riusciva a trovarli portava cioccolatini
e caramelle.
Pete era uno dei pi fortunati: non era paralizzato o sfigurato,
e tutti gli arti erano integri. Alcuni ragazzi erano in condizioni
pietose e ricevevano un mucchio di attenzioni da parte
di Liza, ma Pete era felicissimo di condividere la moglie e gioiva
della sua capacit di illuminare il reparto.
Liza si ferm per due settimane, e ripart solo perch Stella
era a casa con Florry e Nineva. Quando se ne and, il reparto
torn tetro come prima; i pazienti chiedevano di Liza ogni giorno,
volevano sapere da Pete quando sarebbe tornata.
Riapparve a met marzo, e con lei arriv anche la famiglia.
Per Joel e Stella erano le vacanze di primavera, e non vedevano
l'ora di riabbracciare il padre. Si accamparono attorno al suo
letto per tre giorni e portarono un allegro scompiglio in tutto
il reparto. Quando ripartirono, Pete dorm per due giorni, aiutato
dai sedativi.
Il 4 maggio un'ambulanza lo trasport alla stazione, dove fu
caricato su un mezzo ospedaliero militare che attraversava il
Paese e, di tappa in tappa, consegnava i malati a strutture pi
vicine a casa loro. Il 10 maggio arriv a Jackson, nel Mississippi,
dove lo aspettavano Liza, Stella e Florry. Seguirono l'ambulanza
in citt fino al Foster General Hospital, dove Pete trascorse i
tre mesi successivi in convalescenza.
...
.
...
FINE Parte 2.